Azioni deludono Nokia, eBay e Bank of America

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

Contents

Azioni: deludono Nokia, eBay e Bank of America

I dati trimestrali sono importanti per conoscere lo stato di salute delle aziende, specie se si tratta di imprese che fino a questo momento hanno tenuto a galla l’economia nazionale e internazionale.

Occhi puntati sui titoli tecnologici dunque e con riferimento ai trimestrali, non c’è da essere contenti. Infatti, tra tutte le aziende che si occupano di tecnologia, l’unica ad avere risultati positivi è Microsoft che pure è stata colpita dalla decisione di Peter Klein di lasciare il Financial Officier. Quindi buoni i risultati ma negativa la chiusura.

Gli investitori, tuttavia hanno dovuto fare i conti con diversi report negativi. Per esempio Bank of America è calata del 5 per cento, così come Cirrus Logic che ha perso il 15,41 per cento. Quest’ultima azienda è molto importante in chiave tecnologica perché rappresenta uno dei principali fornitori della Apple.

L’azienda di Cupertino, dal canto suo, deve rendicontare la riduzione delle vendite che ha determinato la vendita corporsa del titolo. L’azione della mela morsicata ha lasciato sul campo il 5,64% del suo valore, anche in virtù dei conti futuri.

Non bene nemmeno eBay che riesce a rispettare e migliorare tutte le previsioni, seppure per un centesimo di dollaro in più ma gli investitori ci tengono a mantenere l’outlook negativo sull’azienda.

Opzioni binarie: spread a 100 punti per l’Italia?

Il differenziale tra bund e BTp è ancora troppo alto e il peso che sta pagando l’Italia per questa situazione è un po’ troppo elevato. Saccomanni, di Bankitalia, dice che sarebbe giusto avere uno spread a 100 punti.

Il direttore generale di Bankitalia, al margine degli incontri di primavera del Fondo Monetario internazionale, ha approfondito la questione dello spread italiano. Il differenziale è considerato troppo elevato per un paese che sta tentando di uscire dalla crisi e non premia certamente gli investitori che hanno creduto nel nostro paese.

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

Secondo Saccomanni una soluzione alla crisi e allo spread elevato ci sarebbe, anche perché il differenziale, per essere davvero “equo”, dovrebbe fermarsi a 100 punti. La soluzione alla crisi passa dalla sinergia tra governo, imprese e banche. Il governo dovrebbe fare le riforme strutturali utili a rimettere in piedi l’economia del paese, le banche dovrebbero sostenere economicamente le imprese in cerca di finanziamenti, le imprese dovrebbero non fermarsi alle banche e cercare di diversificare la produzione andando anche ad investire all’estero.

La situazione economica, insomma, va affrontata in modo sinergico da tutti gli attori. Anche perché a farne le spese ci sono soprattutto i cittadini.

https://smartmoney.startupitalia.eu

CATEGORIE

RUBRICHE

Il Coronavirus dimezza il mercato dell’auto in Europa

Coronacrisis | Fase 2: le ipotesi riapertura dopo il 25 aprile. Prima auto e cantieri

I videogiocatori italiani donano oltre 30mila euro alla Croce Rossa

Bankitalia: ogni settimana di lock down costa lo 0,5% del PIL

VEDI TUTTI

Ricerche più popolari

# Startup

# Fintech

# Innovazione

# Finanziamenti

Filtra per

  • Cyber Security
  • Impact
  • Ischool
  • Open Innovation
  • Smart Money
  • SportUp
  • The Food Makers
  • The Next Tech

RUBRICHE

Bitcoin, 137 mila dollari finiscono alla persona sbagliata

Pubblicato maggio 4th, 2020 di Redazione & archiviato in News.

Ci sono giornate in cui forse non si dovrebbe proprio accendere il computer per evitare di fare guai. La storia arriva da Motherboard. Un utente Twitter ha raccontato di una strana transazione di bitcoin di appena 5 dollari con una fee di 291.241 bitcoin, che equivalgono a ben 137.081,31 dollari. Strano a dir poco. Il problema è che chi ha inviato l’ingente somma ha invertito i destinatari.

L’errore

Secondo l’utente, chiunque ha fatto la transazione aveva intenzione di mandare i 137 mila a un destinatario conosciuto e voleva aggiungere i 5 dollari come un ringraziamento per chi avrebbe processato il pagamento. Peccato che le cose si sono un tantino ingarbugliate. Dato che i portafogli degli utenti sono anonimi, non è chiaro chi ha ricevuto i 5 dollari. Invece il vincitore della partita – chi ha processato il pagamento – è la compagnia BitClub Network. Il meccanismo di questa società si basa sull’aumento di potenza di calcolo creata grazie a persone arruolate in tutto il mondo a cui poi pagano dei dividendi.

Ma come è potuto accadere che oltre centomila dollari finissero nel portafogli sbagliato? Ci sono molti programmi per inviare bitcoin, tra cui Bitcoin Core, dove gli spazi per indicare l’importo e la fee per la transazione possono essere cambiati manualmente. Di solito, sono automaticamente calcolati da Core. Del resto la finestra per modificare manualmente questo parametro è separato dalla maschera principale. Quindi le cose sono due: o qualcuno ha voluto mandare i soldi a questa piccola società di cui evidentemente è un grande fan, o qualcuno ha fregato qualcun altro.

I “guadagnatori passivi” di bitcoin

Il secondo episodio di questa saga si gioca su Reddit. Qui David Rindfleisch ha postato un annuncio di BitClub Netowrk in cui si dichiarava che la compagnia avrebbe ridato i 137 mila a chi avrebbe dimostrato di averli avuti. Se nessuno li reclamerà, il BitClub Network donerà tutto a una “bitcoin charity“. Ma questo Rindfleisch non è un impiegato di BitClub. Sulla sua bio Twitter si legge che è entrato a far parte di BitClub Network per guadagnare bitcoin in modo passivo. Intervistato da Motherboard ha dichiarato di essere uno “shareholder” e ha confermato che il messaggio postato proveniva dal BitClub Network.

Com’è andata a finire

Alla fine i soldi sono tornati al legittimo portafogli in una serie di 13 transazioni, in uno schema che possa nascondere la loro origine. La vicenda resta fumosa, nonostante il lieto fine. Forse solo per il fatto che un banale errore ha messo in mano a una delle più fumose e oscure compagnie legate al mondo Bitcoin una cifra che ha continuato – andata e ritorno – a muoversi nell’ombra.

Big data & Cybersecurity: a che punto siamo e chi sono le 3 startup finaliste ai Fintech Awards

Pubblicato maggio 3rd, 2020 di Redazione & archiviato in Data.

Siamo gli sgoccioli. Mancano 3 giorni e conosceremo il nome del vincitore degli Italian Fintech Awards di Che Banca!. Le 12 startup finaliste si contenderanno i premi: 25 mila euro e la possibilità di volare a Londra in due acceleratori, Level39 e Startup Bootcamp FinTech. Tra i tanti ospiti all’evento anche David Birch e il Ceo di Number26 Valentin Stalf.

I dati sono i soldi del futuro

Tutto un mondo di opportunità di business in solo due parole Big Data. I dati sono la base di ogni business sul Web perché dicono tutto di noi, chi siamo, cosa compriamo, come ci muoviamo. Questa mole di informazioni prodotte dai social e dagli oggetti connessi dall’industria dell’Internet delle cose, sono un bacino da cui ogni business ha bisogno di attingere per profilare i clienti e aumentare le vendite. Sono molte le startup che provano a inserirsi in questo mercato incredibile che raggiungerà un valore di 48,6 miliardi di dollari nel 2020 secondo Informationweek.

Smarkety (Hopenly)

In finale sono approdate imprese innovative che provano a fare innovazione. C’è Smarkety, prodotto dalla startup Hopenly, è un software per aiutare gli uffici marketing nel prendere decisioni sulla base di analisi predittive di dati sia interni che esterni all’azienda. Oltre a suggerire possibili nuovi prodotti e nuovi mercati, Smarkety aiuta a disegnare, monitorare e valutare le campagne promozionali.

Tickete

E Tickete, che applica l’analisi dei Big Data al commercio tradizionale, usando lo scontrino come una ricca miniera di informazioni che dicono esattamente dove, quando cosa e quanto spendi. Tramite l’app è possibile associare l’identità online dell’utente con le sue abitudini di acquisto (estratte appunto dallo scontrino).

Menzione a parte merita la sicurezza informatica, la cosiddetta cybersecurity che utilizza i big data per prevenire attacchi sulla Rete. Si tratta di un mercato che da solo avrà un valore di 170 miliardi di dollari entro il 2020 secondo Forbes. A rappresentare il settore in finale, NITe, spinoff dell’Università di Salerno, che propone soluzioni nell’ambito bancario per la verifica automatica della firma (sia da immagini off-line che da tablet on-line), per la conferma dell’identità dello scrivente e per la lettura di testo manoscritto presente in documenti bancari, come ad esempio assegni e moduli prestampati.

I big data in Italia, panoramica del settore

Le imprese e la pubblica amministrazione ne hanno capito l’utilità: i big data permettono di estrarre informazioni utili e migliorare le decisioni future. Marketing, amministrazione, finanza, controllo, risorse umane, ricerca e sviluppo, tanti gli ambiti in cui l’analisi dei big data fa la differenza. Il valore complessivo del business nel nostro Paese è di 790 milioni di euro, secondo il report dell’Osservatorio del Politecnico di Milano (Big Data + Business Intelligence, cioè tecnologie usate dalle aziende per raccogliere e analizzare i dati).

I settori nei quali l’analisi dei big data è maggiore sono le banche (29%), l’industria (il 21%), telco e media (14%), Pa e sanità (9%). Seguono GDO, utility e assicurazioni.

Le 33 censite dall’Osservatorio

Secondo il report sono 33 le startup operanti nel nostro Paese, la maggiore concentrazione è al Nord (55%). Tanti i casi virtuosi. Alcuni li abbiamo segnalati nella nostra classifica delle migliori 100 startup del 2020 in occasione dell’Open Summit. Eccone alcune. C’è Pathflow, la startup di Alberto Gangarossa, che usa le telecamere di sorveglianza del negozio per tracciare i movimenti dei clienti, i flussi di entrata e uscita e in generale i loro comportamenti. I dati raccolti dalle telecamere vengono incrociati con quelli delle vendite dei registri di cassa per tracciare un comportamento più dettagliato della clientela. A giugno Business Insider l’ha inserita tra le 11 migliori startup italiane.

SpazioDati, la startup di Michele Barbera che lo scorso anno ha lanciato Atoka (atoka.io), uno strumento di sales intelligence che aiuta PMI, professionisti e artigiani a vendere, trovando nuovi clienti. In poche parole, è un enorme database con informazioni sulle oltre 6 milioni di imprese italiane. Grazie a questo strumento l’utente può sapere cosa fa una data azienda, che prodotti vende, chi è che la guida etc. È stata l’unica italiana ad aver chiuso round per più di 3 milioni al Web Summit di Dublino.

Altro caso di successo Empatica, a fondarla te ingegneri del Politecnico di Milano guidati da Matteo Lai. La startup produce dispositivi intelligenti nel campo medicale come Embrace, il braccialetto più piccolo in commercio per l’acquisizione di dati fisiologici per la ricerca clinica, nella vita quotidiana. È usato negli ospedali più importanti di tutto il mondo ed è progettato, ad esempio, per salvare la vita ai malati di epilessia. Nel 2020 ha ricevuto un finanziamento di 2 milioni di dollari da parte di angel italiani e americani.

Uno sguardo nel mondo

L’analisi dell’osservatorio sull’ecosistema nel mercato mondiale dell’osservatorio ha individuato circa 500 startup a livello mondiale che hanno ricevuto finanziamenti complessivi di oltre 14 miliardi di dollari. Tra le top ten mondiali, citate in un articolo di Forbes, troviamo Cloudera, azienda fondata da Tom Reilly che offre una piattaforma (Apache Hadoop) per aiutare i business a gestire ed analizzare i dati nel modo migliore. Ha raccolto più di 1 miliardo di dollari. E Palantir, una delle startup più hot della Silicon Valley. Sviluppa software per scovare reti terroristiche, ladri e truffatori online ed è valutata 20 miliardi di dollari. Dietro c’è Peter Thiel, ex PayPal, investitore e cofondatore del progetto. Ha ricevuto round per 2,43 miliardi di dollari.

Leicester campione d’Inghilterra: chi aveva scommesso 20 sterline ne porta a casa 100 mila

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Redazione & archiviato in Trend.

Alla Fine Chelsea e Tottenham hanno pareggiato, e il Lecester di Claudio Ranieri vince la Premier League. I boomakers davano la vittoria dei fox (questo è uno dei soprannomi con cui il club è conosciuto) 5000 a 1. Eppure ci sono 24 folli che ci hanno scommesso a inizio campionato e con 20 sterline ne hanno portate a casa ben 100 mila (127 mila euro circa).

La favola del Leicester

Un vero e proprio miracolo sportivo. Una squadra che avrebbe dovuto lottare per non retrocedere e che oggi è a pochi punti (mancano solo due) alla vittoria di un titolo storico. Nessuno avrebbe scommesso sulla vittoria del titolo, l’obiettivo della società era quello di non retrocedere. Forse non avrebbero messo un penny neanche l’allenatore, i giocatori o il presidente.

Ma 24 persone forse per scherzo o per un eccesso di amore per la squadra hanno deciso di investire e oggi potrebbero guadagnare cifre a 3 zeri, come conferma Business Insider che ha intervistato Ladbrokes, impresa britannica di gioco d’azzardo e scommesse, quotata alla Borsa di Londra.

Vincere 5 mila volte la puntata

Ladbrokes svela a Business Insider che erano in realtà 47 in origine le scommesse sulla vittoria finale della squadra di Ranieri e di queste solo 24 sono rimaste: «Chi ha investito di meno, 10 penny, porterà a casa 500 sterline. Ma c’è chi ha scommesso 10 sterline (50 mila in caso di vittoria) e chi è stato più coraggioso (con 20 sterline ne porterebbero a casa 100 mila)» spiega un portavoce di Ladbrokes.

Finanza alternativa: a che punto siamo e chi sono le startup finaliste agli Italian Fintech Awards

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Redazione & archiviato in Speciale.

Mancano 4 giorni alla finalissima degli Italian Fintech Awards di CheBanca! La competizione che premia gli innovatori che rivoluzionano la finanza. Al vincitore 25 mila euro e la possibilità di volare a Londra in due acceleratori, Level39 e Startup Bootcamp FinTech. Tra i tanti ospiti all’evento anche David Birch e il Ceo di Number26 Valentin Stalf.

Il mestiere di raccogliere i soldi

Hai un progetto e non sai dove trovare i soldi per realizzarlo? Niente paura, ci sono forme di finanza alternativa anche in Italia. Il crowdfunding e i prestiti peer-to-peer sono sicuramente tra i modelli dominanti nel settore nel mondo e in Italia. E non è un caso se tra le idee finaliste tre hanno individuato nuove strade per raccogliere finanziamenti.

DeRev (eliminata)

O DeRev, la principale piattaforma italiana di crowdfunding per finanziare progetti creativi e innovativi rivolti alla comunità. Le campagne di DeRev consentono di autoprodurre e finanziare un progetto dal basso, ottenendo visibilità, feedback e partecipazione attiva da parte del proprio pubblico. Sulla piattaforma è possibile sperimentare idee e testare un prodotto, ricevere feedback e suggerimenti, raccogliere pre-ordini e adesioni, e trovare investitori, partner o produttori.

Update: Non avendo la startup DeRev partecipato ai 2 giorni di mentorship del 18 e 19 aprile a Milano e, quindi, non avendo sviluppato il brief del progetto nei 14 giorni successivi (previsti dal regolamento), è da considerarsi esclusa dalla competizione.

Growish

E infine Growish che permette di raccogliere denaro tra amici sul web tramite il metodo della “colletta” online. Chi vive in luoghi diversi può condividere la spesa, versando la propria quota in modo automatico e sicuro: al termine della colletta, si può trasferire con un clic l’importo raccolto su conto corrente bancario.

OvalMoney

C’è per esempio, OvalMoney, un’app collegata al conto e alla carta di credito dell’utente, al quale fornisce informazioni in tempo reale sulle abitudini di spesa, aiutandolo allo stesso tempo a risparmiare. In modo automatico, prende gli spiccioli restanti da ogni transazione per metterli in un “salvadanaio” digitale. Gli utenti poi possono chiedere piccoli prestiti peer-to-peer ad altri utenti Oval Money e restituire la somma con micropagamenti giornalieri.

L’equity crowdfunding in Italia

Tra le forme che la finanza alternativa può assumere, una grande interesse c’è oggi nell’ecosistema startup verso l’equity crowdfunding, un sistema che connette in modo veloce gli investitori che hanno capitali e cercano idee con le startup che hanno bisogno di soldi, ma ottenerli in banca è complesso.

Gli spazi sono tanti anche se i numeri restano ancora risicati. . Dal 2020, cioè da quando le norme consentono la raccolta di capitale “diffuso”, sono arrivati poco più di 3,6 milioni di euro. Molto poco se si fa un rapido raffronto con le piattaforme francesi (che hanno raccolto 25 milioni di euro) e con quello che è il mercato più maturo, il Regno Unito: le 15 maggiori campagne britanniche (da sole) ne hanno ottenuti poco meno di 50, con importi cha vanno dai 2 ai 4,5 milioni.

Uno sguardo sul mondo

Il modello funziona, oggi più altrove che nel nostro Paese: Guardando alle principali piattaforme di equity, in 8 (Angel List, EarlyShares, CrowdCube, Fundable, CircleUp 54 mln, Crowdfunder, WeFunder, EquityNet) hanno raccolto round per 108 milioni di dollari (per fermarsi solo alle cifre rese pubbliche). Si va dai 530 mila dollari di WeFunder ai 54 milioni di CircleUp (30 dei quali arrivati lo scorso novembre), passando per i 24 di Angel List e i 15,6 di CrowdCube.

In Italia

La raccolta complessiva è pari a poco più di 3,6 milioni, il 40% dei quali (1,4 milioni) si concentra su una sola piattaforma, StarsUp. Oltre al record di raccolta, detiene anche quello del maggior numero di campagne chiuse con successo, 5. È la sola ad aver superato quota un milione. Anche se per Assiteca Crowd il traguardo è vicino (è a 928 mila euro), grazie a due progetti chiusi. Stesso numero ma cifre inferiori (435 mila euro) per i due progetti chiusi su Tip Ventures. Le altre piattaforme hanno portato a termine una sola campagna, raccogliendo 452 mila euro (Next Equity), 157 mila (Unicaseed), 117 mila (Investi-re), 97 mila (Crowdfundme) e 60 mila (Wearestarting).

Payments: a che punto siamo e la startup finalista agli Italian Fintech Awards

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Redazione & archiviato in Senza categoria.

Ci siamo! Tra poche ore sapremo quale sarà la startup fintech a essere incoronata agli Italian Fintech Awards, promossi da CheBanca! competizione che premia le neoimprese con nuove idee nel campo finanziario. Al vincitore 25 mila euro e la possibilità di volare a Londra in due acceleratori, Level39 e Startup Bootcamp FinTech. Tra i tanti ospiti all’evento anche David Birch e il Ceo di Number26 Valentin Stalf.

Pos e portafogli virtuali, tutto con uno smartphone

Il fintech ha cambiato per sempre il modo in cui acquistiamo e veniamo pagati. La disruption sta toccando ogni aspetto del processo di pagamento. Due in particolare. Innanzitutto, il mezzo: lo smartphone che sostituisce la carta di credito o il contante, e i nuovi Pos virtuali (maggiore facilità di accesso per i negozianti e costi minori sulle transazioni).

E in secondo luogo la tecnologia: Nfc, codici Qr o a barre fino alle ultime soluzioni via cloud. Come Hce, usata anche da Android: le credenziali di accesso per i pagamenti mobile sono conservati su un device hardware chiamato elemento protetto (secure element) inserito nella sim. La tecnologia Hce lo elimina e sposta tutto sul cloud. Niente più hardware, ma tutto avviene via software.Senza dimenticare la Blockchain che potrebbe aumentare la trasparenza e sicurezza negli scambi. E la biometrica come soluzione di pagamento (impronte , riconoscimento facciale, battito cardiaco) serviranno per effettuare pagamenti, lasciando nel dimenticatoio carte di credito e portafogli virtuali.

Come si può notare l’argomento è caldo e anche tra i finalisti nella competizione c’è una realtà che sta facendo la sua rivoluzione nel settore. La startup si chiamo SOLO è un Pos virtuale che consente a qualsiasi impresa di accettare pagamenti con carte, senza doverle strisciare in un supporto fisico. Basta comporre e condividere un link web (solo.sh/username) al proprio profilo pubblico e verificato con i clienti, che possono pagare da qualsiasi dispositivo. Costo: un’unica fee trasparente su ogni transazione. Nessun costo di attivazione né canone mensile.

Il 2020 l’anno del payment?

Stiamo parlando di un mercato immenso che è destinato ad essere un trend anche in Italia. Nel 2020 i pagamenti via smartphone potrebbero intercettare una base utenti tra i 2,7 e i 4,8 milioni di euro e un volume di transato tra i 3 e i 6 miliardi secondo l’ultima ricerca dell’Osservatorio Mobile Payment & Commerce del Politecnico di Milano.

«L’acquisto di beni e servizi via Smartphone traina il settore: cresce del 71%. Crescono anche i pagamenti di bollette via Smartphone (+172%) e gli acquisti e prenotazioni nei trasporti: nel 2020 sono state vendute 6 milioni di corse in bus e 6 milioni di corse in car sharing. L’infrastruttura contactless è ormai pronta: i Pos sono raddoppiati (500.000 a fine 2020) e le carte abilitate passano da 12 a 20 milioni. Ma oggi solo 1 acquisto su 5 delle famiglie italiane è fatto in digitale e la gestione del contante costa all’Italia 9,5 miliardi di euro all’anno» secondo il report.

E crescono le startup protagoniste nel settore. Come Satispay, l’idea di Alberto Dalmasso, Dario Brignone e Samuele Pinta: app con cui chiunque abbia un conto corrente bancario di qualsiasi banca italiana può scambiarsi denaro con altri utenti privati e pagare per i propri acquisti nei punti vendita convenzionati facendo un “check-in” nel negozio in cui ci si trova, ha convenzionato più di 3.500 punti vendita e punta ad espandersi ancora in Italia ma non solo. Il servizio è davvero competitivo: gratuito per i privati e, per gli esercenti, sotto i 10 euro, poi 20 centesimi a transazione. 8,5 milioni di euro raccolti in 2 round di investimento.

E Jusp, l’idea di Jacopo Vanetti, il mobile Pos che rende facile per tutti i piccoli negozianti accettare pagamenti con elettronici tramite pc, tablet e smartphone. La startup dei mobile Pos ha siglato un accordo con Fastweb che porterà il dispositivo ai clienti dell’operatore.

I numeri del payment nel mondo

Uno dei mercati più ricettivi è quello americano. Nel 2020 i pagamenti sul mobile hanno toccato la cifra di 8,71 miliardi, una spesa media di 376 dollari l’anno (secondo eMarketer). Non ci sono ancora report per il 2020, ma previsioni che parlano di una crescita che dovrebbe toccare i 27,05 miliardi di dollari alla fine di quest’anno con una spesa media di 721, 47 dollari.

Una crescita dovuta in gran parte al fiorire di soluzioni sul mercato. Apple Pay, Android Pay, Google Pay, Chase Pay, Walmart Pay, sono solo alcuni degli esempi di big che hanno puntato milioni e milioni di dollari sul settore.

Non solo big player, il panorama a livello mondiale è pieno di startup che puntano a diventare leader incontrastate nel settore e rottamare PayPal che, tuttavia, si sta difendendo molto bene. Nell’ultimo trimestre Le vendite sono salite del 19% con un utile netto di 425 milioni, nello stesso periodo lo scorso anno la cifra era di 353 milioni.

Tre le startup che hanno saputo distinguersi nel mercato del mobile. Stripe, l’idea di due under 30 irlandesi, Patrick Collison, 27 anni, e suo fratello John, 25 anni, una stringa di codice che permette a ogni piattaforma di ricevere pagamenti, ha già una valutazione di 5 miliardi di dollari. Come Klarna, startup svedese di Sebastian Siemiatkowski, Niklas Adalberth, Victor Jacobsson che da pagare gli utenti con un indirizzo email, ha raccolto round per 290 milioni, tra gli investitori anche big venture come Sequoia Capital.

Senza dimenticare Square, la startup di Jack Dorsey, il papà di Twitter, che offre varie soluzioni nel payment tra cui un dispositivo che in modo semplice trasforma smartphone e tablet in Pos. 590 milioni di dollari raccolti e l’ingresso in Borsa lo scorso anno.

Il gigante cinese e la caduta degli unicorni

L’ultimo anno ha visto altri due protagonisti nel payment. Uno positivo: il gigante cinese che continua la sua corsa inarrestabile, solo nel 2020 ha fatto girare 3,6 miliardi di dollari con l’80% delle transazioni in mano ad Alipay, il sistema di pagamenti mobile del colosso dell’e-commerce Alibaba, e tra gli altri player in campo c’è anche Tenpay di Tencent. Mentre Apple e Samsung provano a sgomitare con l’agguerrita concorrenza e prendersi una fetta del mercato.

E sempre in Cina si sono arenati i sogni di una startup del payment che ha avuto un’ascesa straordinaria e un declino, Powa Technologies di , pioggia di milioni, valutazioni miliardarie e poi la bancarotta.

Mastercard vuole farci pagare tutto con l’anello (o con le chiavi dell’auto)

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Valentino Megale & archiviato in User experience.

Abbiamo imparato a vedere negli smartphone ben più di un semplice telefono. Sono diventati fotocamere, block notes, libri e tg portatili. Ma soprattutto abbiamo scoperto di poterli usare per pagare, iniziando dalle app e finendo per ordinare prodotti su Amazon. Con uno smartphone oggi possiamo inviare denaro agli amici (usando PayPal), comprare biglietti del treno ma anche far la spesa al supermercato se dotati di chip Ncf (come una carta bancaria).

Molto presto potremo fare tutto questo usando letteralmente ogni oggetto a disposizione. Si potrà, ad esempio, prendere la metro e pagare il biglietto usando il vostro anello. Oppure di acquistare una bottiglia d’acqua al bar dopo una bella corsa con il vostro fitness band. Niente portafogli, niente carte, addirittura niente telefono. Se volete un replay, guardate questo video:

«Commerce for every device»

Si tratta del progetto che MasterCard vuole realizzare per cavalcare l’onda dell’Internet of Things (IoT) e chiamato “Commerce for every Device”. IoT, ossia un futuro in cui tutti gli oggetti saranno presto interconnessi e in grado di elaborare informazioni, diventando anche strumenti di pagamento. Non solo smartphone, smartwatch o accessori per il fitness, ma capi di abbigliamento, gioielli, apparecchi domestici. Potremo usarli per pagare e scambiare denaro, in qualsiasi situazione ci troviamo.

Il pagamento verrà totalmente delocalizzato, un’opzione che gli sviluppatori potranno integrare in qualsiasi oggetto. Money in Everything (ed everywhere).

Come funzionerà

Alla base di tutto vi è un nuovo standard tecnologico sviluppato in collaborazione con Qualcomm Incorporated e NXP per creare sistemi di pagamento miniaturizzati, scalabili per qualsiasi dispositivo indipendentemente dalla sua natura e offrendo il massimo della sicurezza durante la transazione. MasterCard sta già testando il sistema con numerosi partner tra cui aziende di tecnologie indossabili (wearables), il mondo della moda e produttori di automobili (General Motors).

Scenari (per il fashion)

Potremo pagare con vestiti, accessori, borse? Perché no, come sottolineato dal fashion designer Adam Selman: «La tecnologia – dice il designer – è di vitale importanza per l’industria della moda e del settore tessile, grazie alle nuove tecniche di stampa e i nuovi materiali apporta innovazioni continue nei capi di abbigliamento. Grazie ad essa la moda cambia e si evolve. Di solito il ruolo della tecnologia nella moda è dietro le quinte. Ciò che distingue il programma di MasterCard è che rende questa tecnologia, pur se invisibile, interattiva e totalmente al servizio dell’utilizzatore. E’ eccitante essere parte di un progetto che sta creando qualcosa di nuovo e fresco. In fin dei conti la moda è proprio questo».

Il mondo dell’IoT ci spinge a rivalutare l’utilità degli oggetti che usiamo nel quotidiano, progettandoli anche come hub di informazione, collegati a Internet e in grado di smistare numerose funzioni secondarie. Una borsa non sarà più solo una borsa, un bracciale smetterà di essere esclusivamente un accessorio estetico, ma verranno vissuti come elementi interattivi in grado di soddisfare le nostre necessità in ogni contesto.

Valentino Megale
@Quantik_Maker

Finaliste Italian Fintech Awards: c’è chi ha soluzioni per aiutare le PMI

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Redazione & archiviato in Senza categoria.

Tra qualche giorno, il 6 maggio, conosceremo il vincitore degli Italian Fintech Awards di CheBanca! La startup che salirà sul podio sarà scelta tra i 12 progetti finalisti che puntano a rivoluzionare l’uso che facciamo dei soldi.

In palio 25mila euro, una sessione personalizzata con uno startup coach e l’opportunità di volare a Londra presso i due fintech accelerator Level39 e Startup Bootcamp FinTech. All’evento parteciperanno anche speaker e autori di fama internazionale tra cui David Birch e il Ceo di Number26 Valentin Stalf.

Due finaliste aiutano le piccole e medie imprese

Nell’elenco delle magnifiche 12 sono due quelle che stanno sperimentando soluzioni per soddisfare le esigenze delle Smes (Small and medium size entreprises), le aziende cioè di piccole e medie dimensioni, le prime ad essere colpite duramente dalla crisi del 2008 e la mancanza di liquidità.

La prima di queste startup si chiama CashMe. Cosa fa? Consente alle PMI di cedere ad investitori professionali i propri crediti commerciali pendenti attraverso un processo di asta competitiva elettronica, spostando il profilo di rischio dal richiedente al “debitore ceduto”. Allo stesso tempo, gli investitori istituzionali possono investire nei crediti commerciali, beneficiando di rendimenti superiori e decorrelati rispetto agli attuali tassi di mercato.

L’altra Trakti (by Exrade) è una piattaforma social P2P che facilita le imprese, in particolare quelle piccole e medie, nella condivisione, gestione e finalizzazione delle loro trattative online. Trakti sostituisce i CRM con una suite di strumenti per la chiusura delle trattative dal vivo, con una strategia multicanale per la gestione, qualificazione e contrattualizzazione dei leads anche nella Blockchain.

Il fintech che salva le PMI

Le PMI sono il motore nel nostro Paese, 4 milioni di addetti un fatturato complessivo di 183 miliardi di euro (il 12% del Pil, secondo il rapporto Cerved del 2020). La crisi finanziaria le ha messe in ginocchio, tanto che tra il 2008 e il 2020 sono fallite 13 mila Pmi, e più di 5 mila hanno aperto una procedura concorsuale non fallimentare.

La loro salvezza è il fintech che opera in diversi ambiti per garantire un più facile accesso al credito e servizi per monetizzare con maggiore facilità.

C’è chi presta soldi

Alcuni sono diventati grossi player a livello mondiale. Come Funding Circle, la startup britannica di Samir Desai e Sam Hodges che ha raccolto oltre 270 milioni di euro di finanziamenti che ha già destinato 2 miliardi di dollari di prestiti a piccole, medie aziende e istituzioni tra Europa e America.

Oppure Kabbage, tra le 100 migliori aziende dello scorso anno per la Bibbia del business, Forbes. L’idea è di un avvocato Rob Frohwein che rivoluziona il mondo del lending online. La novità? Un algoritmo che analizza in tempo reale i dati di chi richiede il prestito via web e riduce i tempi di approvazione (dalle settimane delle trafila tradizionale in banca fino a 6 minuti). Fino a oggi ha raggiunto il miliardo di dollari prestati e raccolto oltre 700 milioni.

Mentre in Italia tra i protagonisti c’è Borsa del Credito che scommette sul lavoro dei piccoli imprenditori offrendo loro il credito che gli istituti bancari gli hanno negato. Antonio Lafiosca è l’ad dell’Istituto di pagamento ma anche uno dei fondatori della startup insieme ai due co-fondatori iniziali Alessandro Andreozzi e Ivan Pellegrini: «Le piccole imprese – quelle a cui ci noi rivolgiamo e che compongono più del 90% del tessuto imprenditoriale italiano – che chiedono finanziamenti di piccolo taglio (per esempio sotto i 50 mila euro), trovano sempre più difficoltà ad accedere al credito bancario, non per un tema di rischio o di merito di credito ma per un problema di business model delle banche che non sono più in grado di sopportare i costi di un’operazione di finanziamento di una piccola impresa» spiegano. Smartmoney ne ha parlato qui.

C’è chi paga le fatture in anticipo…

Il lending non è l’unico settore pronto a fiorire. Belle realtà a livello mondiale e italiano sono nate nell’invoice finance, anticipo del pagamento delle fatture attive (MarketInvoice, Fundbox,NoviCAp a Finexkap, sono le startup più interessanti a livello mondiale. Mentre in Italia è stata appena lanciata Instapartners). E altre soluzioni dal trade finance, come il pagamento anticipato nel commercio internazionale e il supply chain finance, piattaforme attraverso cui fornitori possono richiedere prestiti, o meglio pagamenti anticipati, sulle fatture attive (es. Taulia).

C’è tanto da fare

L’accesso al credito è un problema che non ha avuto ancora soluzioni soddisfacenti nel nostro Paese. Mentre sul lending ci sono startup che sono riuscite a farsi strada, sugli altri mancano attori interessanti. E alcune startup finaliste degli Italian Fintech Awards lavorano per trovare nuove soluzioni.

20 sterline sul Leicester campione a inizio campionato: ora potrebbero vincerne 100 mila

Pubblicato maggio 2nd, 2020 di Redazione & archiviato in Trend.

Pochi avrebbero scommesso sulla vittoria del Leicester, la squadra allenata dall’italiano Claudio Ranieri, che in Inghilterra è a un passo dalla conquista della Premier League. I boomakers davano la vittoria dei fox (questo è uno dei soprannomi con cui il club è conosciuto) 5000 a 1. Eppure ci sono 24 folli che ci hanno scommesso a inizio campionato e con 20 sterline potrebbero portarne a casa ben 100 mila (127 mila euro circa).

Jamie Vardy, il bomber della squadra

Una bellissima favola

Un vero e proprio miracolo sportivo. Una squadra che avrebbe dovuto lottare per non retrocedere e che oggi è a pochi punti (mancano solo due) alla vittoria di un titolo storico. Nessuno avrebbe scommesso sulla vittoria del titolo, l’obiettivo della società era quello di non retrocedere. Forse non avrebbero messo un penny neanche l’allenatore, i giocatori o il presidente.

Ma 24 persone forse per scherzo o per un eccesso di amore per la squadra hanno deciso di investire e oggi potrebbero guadagnare cifre a tre zeri, come conferma Business Insider che ha intervistato Ladbrokes, impresa britannica di gioco d’azzardo e scommesse, quotata alla Borsa di Londra.

Da 20 sterline a 100 mila

Ladbrokes svela a Business Insider che erano in realtà 47 in origine le scommesse sulla vittoria finale della squadra di Ranieri e di queste solo 24 sono rimaste: «Chi ha investito di meno, 10 penny, porterà a casa 500 sterline. Ma c’è chi ha scommesso 10 sterline (50 mila in caso di vittoria) e chi è stato più coraggioso (con 20 sterline ne porterebbero a casa 100 mila)» spiega un portavoce di Ladbrokes.

Ranieri e Vardy. Foto: theguardian.com

Una partita che vale 3 milioni

Questa la cifra che Ladrokes in totale dovrà pagare se questa sera il Tottenham, la squadra attualmente seconda, dovesse perdere contro il Chelsea (anche questo risultato garantirebbe il titolo al Leicester):

«Ci occupiamo di scommesse da 130 anni e non abbiamo mai visto niente di simile. È rarissimo vedere una squadra che parte da 5000/1 ed è ancora più raro che abbia una minima possibilità di vittoria. Non ci sono paragoni con nessun altro caso del passato» spiega Ladbrokes.

Vincendo il Leicester non riscriverà solo la storia del calcio, ma anche quella del business delle scommesse.

Mark Zuckerberg, in una timeline la vita del boss di Facebook

Pubblicato maggio 1st, 2020 di Redazione & archiviato in Infografica.

L’impero blu di Mark Zuckerberg

«È un prodigio, è difficile stargli dietro» spiega David Newman, è il tutor chiamato da Edward Zuckerberg per lezioni sulla programmazione. All’epoca suo figlio Mark ha solo 12 anni e sta creando ZuckNet, un programma di messaggistica per mettere in contatto i computer dello studio dentistico di suo padre con quelli di casa. Qualche anno dopo, mentre frequenta la Phillips Exeter Academy nel New Hampshire, sviluppa una piattaforma di streaming musicale. Microsoft offre 1 milione per l’acquisto o una posizione in azienda, ma Mark rifiuta. Il primo dei suoi tanti “no” a big che bussano alla porta per comprare le sue idee.

Quel famoso dormitorio di Harvard

«Ricordo molto bene la notte che ho lanciato Facebook. Come d’abitudine ero con un amico a mangiare pizza e a studiare scienze. Gli ho parlato e gli ho detto che ero felice di creare una community a Harvard che un giorno sarebbe stata estesa a tutto il mondo. Ma non pensavo l’avremmo fatta noi. Eravamo solo degli studenti. Ora a distanza di anni la cosa che mi chiedo è perché nessun big ha mai pensato di farla» spiega in un’intervista a Business Insider, Zuck.

Il 4 febbraio 2004 sta lanciando Facebook dal dormitorio della sua stanza. Tra l’idea iniziale e quella finale ce ne sono stati di cambiamenti. La prima si chiama CourseMatch ed è sostanzialmente un sito che aiuta gli studenti a scegliere il giusto corso e frequentarlo insieme. La seconda si chiama Facemash e nasce per gioco. Zuck prende le foto dai libri chiamati Face Books, quelli che riportano i nomi e le foto di tutti gli studenti che vivono nei dormitori. Crea un sito, ci piazza due foto e chiede agli utenti di votare la persona più “cool”. La piattaforma diventa subito popolare, tanto che i server di Harvard vanno in tilt. Zuck è costretto a chiuderlo e a scusarsi pubblicamente per la violazione della privacy.

Poco dopo aver lanciato Facebook con l’amico Dustin Moskovitz, si trasferisce a Palo Alto dove affitta un appartamento e lo usa come ufficio. Intanto, da Harvard, il social si estende fino a inglobare le più prestigiose università americane, Columbia, New York University, Stanford, Dartmouth, Cornell, Penn, Brown e Yale.

“Ci hai copiato”

Zuck finisce nelle aule dei tribunali. Cameron Winklevoss, Tyler Winklevoss e Divya Narendra lo accusano di aver copiato da loro l’idea. Raccontano che Zuck li avrebbe truffati, facendo credere loro che li avrebbe aiutati a sviluppare un’idea, un social network chiamato HarvardConnection.com. E che poi avrebbe usato il loro progetto per creare un sito concorrente. La causa finisce con un accordo: 1,2 milioni di azioni di Facebook per i fratelli, del valore di 300 milioni di dollari, più altri 20 milioni in cash.

I primi soldi gliel’ha dati il papà di PayPal

Man mano che Facebook cattura utenti, in poco tempo sono già 500mila gli iscritti, Zuck trova anche i primi finanziamenti. Peter Thiel (PayPal) investe 500 mila dollari, 85 mila dei quali vengono subito spesi da Zuck per comprare nuovi server. In totale sono 11 gli investimenti di venture capital tra il 2004 e il 2020 (Accel, Microsoft, Mark Pincus, Goldman Sachs, Founder Fund, Greylock Partners…) solo alcuni degli 11 round per un valore di 2,43 miliardi di dollari (fonte Crunchbase).

Quando stava per vendere Facebook

E i tanti “no” che un ragazzo giovanissimo ha il coraggio di dire rifiutando offerte milionarie di big come Yahoo! ( 1 miliardo di dollari). Viacom (1,5 miliardi), Microsoft (15 miliardi). Un episodio che abbiamo raccontato recentemente fa capire bene come fosse difficile per un giovane non cedere alle pressioni dei big del tech e degli investitori. l primo data 2006. Yahoo! vuole comprare Facebook. I principali investitori tra cui Accel Partners cercando di convincere che Mark a vendere: «Ogni persona coinvolta nella startup faceva pressione su un ragazzo di 21 anni per vendere. Mark Andreessen (celebre venture americano) ed io avevamo molto legato in quel periodo, si fidava di me. Gli ho detto, “Non vendere Mark, non farlo, non vendere”». Alla fine Zuckerberg non ha venduto e Facebook vale oggi più di 300 miliardi.

Zuck compra tutti (tranne uno)

Nel 2020, il 18 maggio, il social va in Borsa. L’IPO raccoglie 16 miliardi, record per un’azienda del tech, superato poi da Alibaba, il gigante dell’e-commerce di Jack Ma. Zuck inizia a comprarsi tutto. Prima Instagram, 1 miliardo, poi Whatsapp, 19 miliardi e ancora Oculus, i visori per la realtà virtuale, per 2 miliardi. Ma c’è chi ha detto no anche a lui. Come Evan Spiegel, fondatore di Snapchat. Mark gli fa un offerta di 3 miliardi nel 2020, ma il giovane, declina l’offerta.

Mark il generoso

Un anno e mezzo fa ha fatto molto parlare la scelta di Zuck e sua moglie Priscilla di destinare il 99% delle loro azioni di Facebook (oggi valgono 51 miliardi di dollari) alla Chan Zuckerberg Initiative, istituto di beneficenza che lavoro per favorire l’educazione e lo sviluppo della medicina nei Paesi emergenti. Ma già nel 2020 Zuck ha sottoscritto il Giving Pledge, nel quale promette di dare in beneficenza il 50% della sua ricchezza durante la sua vita.

Intanto, i risultati dell’ultimo trimestre, sorridono al papà di Facebook. Gli utili per azione del titolo ($0.77) superano le attese di $0.62. Ma non è l’unico campo in cui Zuck stupisce tutti. Anche la voce ricavi dei primi tre mesi del 2020 fa sorridere lui e gli azionisti: $5.38 miliardi, rispetto a una previsione di $5.25 miliardi. Il che si traduce in una crescita del 52% all’anno. Mentre i guadagni della pubblicità incrementano del 57%.

La domanda che si fa ogni giorno

«La domanda che mi faccio ogni giorno è se sto facendo la cosa più importante che potrei fare. Se la risposta non è positiva, capisco che sto utilizzando male il mio tempo e ristabilisco le priorità. Di solito la regola è iniziare dalle cose semplici. Se fai quelle prima, poi puoi fare molti progressi in seguito», dice Mark Zuckerberg.

Potrebbe interessarti

Ecco dove Zuckerberg e altri 6 capi della Silicon Valley mettono i loro soldi

Sono tra i re della digital economy, hanno tutti miliardi e miliardi di dollari. Vi siete mai chiesti come spendono i loro soldi? Anche noi, ecco la risposta. Continua a leggere…»

Che fine ha fatto l’inventore di Msn, la chat che ci ha rivoluzionato la vita

Pubblicato aprile 30th, 2020 di Giancarlo Donadio & archiviato in Smart People.

Sono solo 3 lettere “MSN”, ma aprono un mare di ricordi ai trentenni di oggi. Le prime emoticon, alle quali poi ci saremmo abituati, le notifiche, come il “trillo” (lo ricordano bene, soprattutto i deboli di cuore) sono parte della storia di quello che è stato Msn (poi Windows Live) Messenger, uno dei più fortunati servizi di messaggistica istantanea (desktop) nonché, forse in assoluto, il primo esperimento di quelli che poi chiameremo “social network”. Un giocattolino che nel 2009 poteva contare ancora su 330 milioni di utenti, malgrado Facebook.

Forse non tutti sanno che dietro la creazione del servizio di video chat passato alla storia, c’è Nathan Myhrvold, genio dell’hitech che a poco più di 20 anni, fonda la sua prima startup, si chiama Dynamical System Research e nel 1986 sviluppa un ambiente operativo che consente di usare più applicazioni allo stesso tempo. Microsoft compra l’idea per 1,5 milioni di dollari e fa suo anche Nathan, che per 13 anni scala posizioni fino a diventare CTO, mentre scrive un documento che cambia per sempre la vita della multinazionale di Bill Gates.

«Caro Bill Gates, basta adattare cose, facciamo vera innovazione»

Nathan, master in matematica ed economia a Princeton e un post dottorato a Cambridge sotto la guida di Stephen Hawking (il fisico teorico che ha studiato i buchi neri e l’origine dell’universo, ndr) non ha certo il profilo di chi entra in una grossa azienda in punta di piedi. Il primo incarico che gli viene affidato è di occuparsi dello sviluppo di tecnologia avanzata, ma nota una falla in azienda e allora scrive un documento di 21 pagine nel quale chiede a Bill Gates (al tempo ancora Ceo di Microsoft) di creare una squadra speciale, un team di ricercatori, il Microsoft Research, per sviluppare progetti innovativi e proiettare la multinazionale nel futuro: «C’era una volta un tempo in cui era chiaro come creare nuovi prodotti, bastava portare le idee che avevano funzionato sui grossi computer e riproporla su quelli piccoli […]. Oggi abbiamo esaurito il bacino da cui attingere e sono finiti i giorni in cui innovare significava adattare […]. Abbiamo bisogno di esplorare nuove strade del futuro, creare nuovi prodotti, valutare il loro impatto e poi portarli sul mercato», scrive Myhrvold, che tra i suoi doni ha quello di essere molto persuasivo. Gates risponde “okay” e dà gli dà carta bianca. Sarà lui a mettere i primi mattoni di quello che oggi è un centro di ricerca nato nel 1991 con un gruppo di cinque persone e cresciuto fino a impiegare oggi oltre 1000 risorse, tra informatici, ingegneri, matematici, fisici, con sette centri tra America, Europa e Asia.

La nascita di Msn

È il 24 agosto 1995 quando debutta uno dei primi prodotti del team che Microsoft decide di commercializzare. Si chiama Microsoft Network, un insieme di servizi online. Due su tutti diventano subito popolari, Hotmail (per la posta elettronica). E soprattutto Messenger, servizio di istant messaging. Oggi l’idea, nell’epoca di Whatsapp e affini, fa un po’ sorridere. Ma basta fare un tuffo nel passato per capire quanto fosse rivoluzionaria in anni in cui tutti i ragazzi possedevano cellulari con traffico prepagato ed erano ancora lontani i tempi in cui sarebbe stato possibile inviare messaggi gratis. Le chat, certo già esistevano, ma erano luoghi pubblici, mentre con Messenger potevi chattare, fare video, telefonate, con la tua lista di amici in Italia o all’estero. Tutto gratis. I trentenni che ci sono passati, quelli che oggi chiameremmo Millennials, ricordano bene le serate passate davanti allo schermo con la chat che da “cosa da nerd”, diventa uno strumento alla portata di tutti.

Nathan e il suo team hanno inventato il “web 1.9”: quello 2.0 di Zuckerberg erano avanti di pochissimo. Una distanza minima che tuttavia sarebbe stata decisiva.

Skype (e Facebook) rottamano il Messenger

È una cavalcata incredibile quella di Messenger. Dai 31 milioni di utenti del 2001, in pochi anni supera i 100 milioni. Fino al raggiungere i quasi 300 milioni nel 2007. Poi un lento declino. Il mondo stava cambiado. Google mangia fette di mercato del web, sottraendole a Yahoo! e Microsoft. Intanto un ragazzo in una stanza di Harvard fa un social, è Facebook, che inaugura una nuova era e tutto quello che era il Web ne esce radicalmente trasformato. Messenger perde utenti, una caduta del 48% l’anno. Mentre un altro software di messaggistica istantanea e voip, nato in Estonia da Jaan Tallinn, Ahti Heinla e Priit Kasesalu, cresce a ritmi vertiginosi. Si chiama Skype e nel 2020, ha 663 milioni di utenti registrati in tutto il mondo. Prima acquistata dal gruppo eBay per 2,6 miliardi di dollari, l’ex startup viene comprata, nel 2020, proprio da Microsoft per 8,5 miliardi di dollari. Però l’azienda di Redmond adesso si ritrovava in casa 2 concorrenti, di cui 1, il Messenger, sta zoppicando da tempo. Nel 2020 la decisione che i fan del servizio non avrebbero mai voluto sentire: Messenger confluisce in Skype che lo rimpiazza ufficialmente. E vengono chiusi anche i cosiddetti “space”, i blog, associati a ogni account. È la fine di un servizio e di un’epoca.

Il divorzio tra l’inventore di Msn e Microsoft

Myhrvold non vedrà la morte della sua creatura. Dopo 13 anni di onorato servizio lascia Microsoft per dedicarsi a nuove attività. Oggi ha 56 anni, e leggendo la sua biografia sterminata, sembra impossibile che un uomo abbia realizzato così tante cose in così poco tempo. Cuoco esperto scrive insieme a celebri chef ed esperti hitech un libro sulle nuove frontiere della cucina come le tecniche del sottovuoto, tra tradizione e tecnologia, 2.348 pagine che diventano un vero e proprio cult. Dedica il suo tempo e milioni alla ricerca di fossili di dinosauro, aiutando un celebre paleontologo Jack Horner a trovare nove nuovi reperti, come racconta Forbes. Mentre mette altri soldi nel SETI Institute, insieme al suo ex collega in Microsoft Paul Allen, per cercare forme di vita extraterrestri e sviluppare un nuovo telescopio, l’Allen Telescope Array.

Ora Myhrvold fa soldi coi brevetti

Il nome di Nathan Myhrvold negli ultimi anni è associato alla Intellectual Ventures, società che sviluppa, compra e vende brevetti per risolvere grosse sfide dell’umanità come epidemie e riscaldamento globale. Fondata nel 2000, l’azienda ha raccolto finanziamenti complessivi di 5,5 miliardi (da Microsoft, Intel, Sony, Nokia, google, Yahoo!) tra gli altri. Più investimenti da università come Stanford. E ricavi di 3 miliardi di dollari sulle licenze accumulate negli anni. Un vero e proprio dominio sul mercato dei brevetti: ne possiede circa 70 mila che ha fatto piovere sulla testa di Nathan Myhrvold critiche feroci. Società di questo tipo vengono etichettate in America come “patent troll”, non certo un titolo d’onore.
Secondo i detrattori fanno business nelle aule dei tribunali
. In sostanza, prima acquistano brevetti da ogni parte del mondo e poi aspettano che una piccola o grossa azienda crei qualcosa di simile per poi scatenare una battaglia legale e lucrare. Questo ha reso il papà di Msn (secondo Business Insider) uno degli uomini più odiati del tech, tanto che il sito statunitense si chiede se l’imprenditore sia un eroe del tech oppure un nemico. Accuse dalle quali Myhrvold si è sempre difeso: «Lo scopo dell’azienda è di investire in nuove invenzioni. Le grosse aziende che mi accusano di essere un troll sono solo ipocrite. Facciamo esattamente quello che fanno Microsoft, Apple, Facebook. Tutte comprano brevetti per rivenderli e guadagnarci».

Il primo Messenger non si scorda mai

Non sta a noi giudicare Myhrvold, anzi, noi nel 2000 eravano adolescenti vorremmo ricordarlo per quello che ha regalato alla nostra generazione prima di diventare un mercante di brevetti. Messenger, quello di Msn e non quello di Facebook, nessuno lo ha dimenticato e lo potrà mai dimenticare. Negli anni sono nati gruppi di nostalgici su Twitter come su Facebook. A leggerli oggi i tweet raccontano di un mondo spazzato via in così poco tempo: “Quando chiedevo a qualcuno il suo contatto Msn e non più il suo numero di telefono” si legge con l’hashtag #MSNMemories, una commemorazione dovuta per quei servizi tech che ti cambiano la vita sul serio.

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

VIDEO: Tutta la storia delle carte di credito in 200 secondi

Pubblicato aprile 30th, 2020 di Redazione & archiviato in Video.

I “pagherò”, quando la fiducia era tutto

Oggi il credito può sembrare qualcosa di impersonale e calcolato, ma una volta il credito era un privilegio costruito intorno alla fiducia personale e relazioni di lunga durata. Alle fine del diciannovesimo secolo, i negozianti cominciarono a fare credito ai loro clienti migliori e più affidabili. Invece di pagare ogni volta che andavano in negozio, si potevano rinviare i pagamenti a un secondo momento, utilizzando monete o piastre in metallo che avevano un numero di conto inciso dal negozio che le rilasciava. I negozi registravano i dettagli di acquisto il costo del prodotto acquistato dal cliente.

Dal 1920, i negozi iniziarono a emettere strumenti di credito di carta invece che le lastre di metallo, ma presto si rivelarono ingombranti anche queste, perché i clienti ne avevano di diverse per ogni negozio e questo ha cambiato molto le condizioni: stava nascendo un potenziale mercato.

Diners inventa la carta di credito

I primi a capirne il potenziale furono, nel 1950, i fondatori del Diners Club, la prima carta di credito indipendente del mondo. Le loro carte di credito permettevano alle persone di fare un viaggio e di acquistare con un’unica carta anche con fornitori diversi.

BankAmericard

Ma la storia delle carte di credito sarà cambiata per sempre con l’ingresso nella partita della Bank of America, quando a Fresno, in California, lanciò la “BankAmericard” e la diede a tutti i 60 mila residenti della cittadina. In poco tempo tutti i consumatori e fornitori del posto iniziarono a usare la stessa carta. Le carte di credito diventavano un fenomeno di massa, diffondendosi a macchia d’olio, grazie soprattutto al cosiddetto “mass-mailing“.

A Chicago, nel 1966, le cose si complicarono, provocando una debacle e una generale situazione di “caos finanziario”. Così, nel 1970, questi sistemi furono stati dichiarati fuori legge, poiché molte persone, tra debitori compulsivi, truffatori, e tossicodipendenti furono in grado di ricevere credito facile. Nonostante fossero state dichiarate illegali, però, 100 milioni di carte erano già in mano a gran parte della popolazione degli Stati Uniti.

La nascita di Visa

Nel 1976, il sistema di BankAmericard divenne Visa. Fu subito dopo questo punto che le carte di credito si trasformarono in una miniera d’oro per le banche: nei primi anni ’80 i tassi di risparmio scendevano, mentre la stessa cosa non si avveniva per i tassi di interesse sul debito. Le carte di credito diventarono, così, una “mucca da mungere”, diventando fonte primaria di profitti per le banche. E generando una montagna di debiti.

Fonte: Visualcapitalist.com
Video: &Orange
Potrebbe interessarti

“Vi spiego perché tra 30 anni i contanti moriranno”

La previsione è del numero 1 di MasterCard in Uk, secondo il quale nel giro di 3 decenni (e forse anche meno) pagare in contanti sarà come provare a girare con una carrozza trainata da cavalli. Continua a leggere…»

Chi vincerà Game of Thrones? Il più bravo a gestire i soldi, dice l’Economist

Pubblicato aprile 30th, 2020 di Redazione & archiviato in Banche.

La finanza (spietata) invade la fantasia e incontra Game of Thrones, la fortuna serie ambientata nei mondi immaginari di Westeros ed Essos. Gli eroi e antieroi, che duellano per conquistare il Trono di Spade dei Sette Regni, oltre a draghi e mostri vari, devono affrontare i temutissimi istituti finanziari, le dinamiche del commercio internazionale e la furia cieca del capitalismo globale. Alla fine non vincerà il più forte o valoroso, ma il più navigato in questioni finanziarie.

Illustrazione di Jonathan Allardyce per The Economist

L’autore del romanzo (Cronache del ghiaccio e del fuoco) di cui la serie è un adattamento, George R.R. Martin, conferisce all’economia un ruolo centrale nello svolgersi delle vicende tanto che il magazine britannico The Economist, in un pezzo di Carolyne Larrington, ha dato anche una interpretazione finanziaria della realtà fantastica partorita nella mente dello scrittore. Consigliata non solo ai fan della serie.

George R.R. Martin

Spiegami la politica fiscale di Aragorn

«Ammiro Tolkien (l’autore della trilogia de “Il Signore degli Anelli”, ndr), ma mi piacerebbe discutere con lui sulla politica fiscale di Aragorn» ha detto Martin a Rolling Stones, osservando la difficoltà degli autori di fantasia di introdurre la finanza all’interno delle loro storie. Lui invece ci riesce benissimo. Per dimostrarlo l’Economist prende a esempio un episodio dell’ultima stagione della serie, quando la Regina-Madre dei Sette Regni, Cersei, viene costretta a girare nuda per le strade della capitale del Regno, la cosiddetta “walk of shame”, in mezzo a una folla inferocita. Cosa sta pagando in realtà? Proprio la sua incapacità di gestire le finanze e soprattutto il suo rapporto con i temutissimi istituti finanziari che possono mandare in rovina chiunque, anche i reali.

Muoiono tutti, tranne le banche

La banca che muove i personaggi come burattini, si chiama Iron Bank e offre credito, depositi, prestiti e manovra gli scambi commerciali con gli altri Paesi. Il modello che Martin prende ad esempio, come fa notare The Economist, sono le banche italiane medioevali del nord Italia, capaci di determinare il destino di re inglesi, francesi a cui offrivano prestiti per campagne militari. Allo stesso modo la Iron Bank offre appoggio ai sovrani, ma in cambio chiede l’anima.

Che fine fa una regina che si indebita con le banche?

“La Iron Bank ottiene sempre quello che le è dovuto” è un luogo comune tra i personaggi. Tranne che per la regina che fa un primo grosso errore. Già indebitata con la banca decide di spendere altri soldi per ricostruire la flotta navale distrutta in una battaglia, senza pensare di restituire all’istituto finanziario quanto dovuto. Allora cosa fa la Iron Bank? Appoggia Stannis Baratheon, il rivale al trono, nella speranza che lui mantenga il patto e restituisca il denaro. Il debito della regina provoca una reazione a catena, con le banche minori che si rifiutano di offrire credito ai mercanti e il conseguente stallo del commercio internazionale.

Quando ti indebiti ti scavi la fossa

Con le banche che le chiudono la porta la regina fa un secondo grossolano errore. Chiede in prestito soldi dall’istituzione ecclesiastica per un motivo futile, offrire un matrimonio lussuoso a suo figlio, Joffrey. Per farlo cede a un ricatto di High Sparrow, massimo rappresentante del Culto dei Sette Dei, la religione più influente in tutta Westeros. Cersei cancella il debito con la Fede in cambio della possibilità di riformare il Credo militante, il braccio armato in mano ai poteri religiosi. A metà tra polizia religiosa e inquisizione, il braccio inizia a seminare il terrore tra gli abitanti e poi fa arrestare la regina, che detto francamente si è scavata la fossa da sola.

Anche ad Essos pochi ne capiscono di economia

Da un regno all’altro le cose cambiano poco, anche se gli obiettivi sono molto diversi. Come quello della regina dei draghi Daenerys Targaryen, impegnata nel pur nobile tentativo di abolire la schiavitù. Ma è un gesto rischioso che non tiene conto del peso del business degli schiavi nel commercio internazionale. E infatti non tardano ad arrivare le ribellioni di mercenari, manovrati da capitalisti senza scrupoli, che marciano verso il regno per far cambiare idea alla regina con le cattive. Mettersi contro le forze del capitalismo globale può essere molto pericoloso.

In conclusione, come fa notare l’Economist, le scelte ingenue, dettate dall’istinto delle due regine hanno creato un bel po’ di caos nei regni, con lo stallo del commercio internazionale, bande armate che scorrazzano per i regni provocando distruzioni e carestie, e capitalisti arrabbiati che provano a spodestare i reali. «Quello che è certo – conclude la rivista economica britannica – è che i governanti avrebbero bisogno di qualche buon mentor in materia economica e finanziaria».

Niente wow per Google, che per rimettere a posto i conti potrebbe rinunciare ai robot

Pubblicato aprile 29th, 2020 di Redazione & archiviato in Economia Digitale.

Deludenti (anche se di poco) i risultati del primo trimestre 2020 di Alphabet, la parent company creata ad agosto 2020 e che racchiude in sé i tanti progetti del business di Google. La società di Larry Page e Sergey Brin ha reso noti i dati: sono di poco inferiori alle aspettative e pongono degli interrogativi, soprattutto sulle perdite in aumento dei cosiddetti progetti “Monshoot”, cioè quelli che puntano su business futuristici che non possono fatturare nel breve periodo, come le macchine a guida autonoma e le ricerche per Internet a velocità supersonica.

Incassa il doppio, ma perde 800 milioni

È questo il termine usato dal Cfo di Alphat, Ruth Porat, relativamente a quelle che sono definite le “other bets”, un altro termine per riferirsi alle tante idee innovative su cui l’azienda sta investendo milioni e milioni di dollari, «per certe aree stiamo valutando di razionalizzare gli approcci e aumentare gli investimenti intorno ad aeree più piccole e circoscritte». Tradotto, bisogna fare economia. Della stessa opinione Tony Fadell, il Ceo di Nest, l’azienda specializzata nel campo della domotica, acquistata poi da Google per 3,2 miliardi di dollari: «L’era della disciplina finanziaria è arrivata per tutti» ha dichiarato recentemente a Business Insider.

Il Cfo di Alphat, Ruth Porat

Dichiarazioni che fanno ancora di più riflettere se si dà un’occhiata a quello che le “big bets” hanno prodotto finora. Se è vero che da una parte hanno registrato introiti più che raddoppiati (166 milioni di dollari, rispetto agli 80 di marzo 2020), dall’altra la voce “perdite” racconta un’altra storia, 802 milioni di dollari, rispetto ai 600 milioni dello scorso anno.

In vendita la startup dei robot

Una situazione che preoccuperebbe anche gli investitori: nel 2020 le perdite complessive sulle big bets ammontano a 3,6 miliardi di dollari (fonte Business Insider). D’altronde non è una novità che un’operazione di “pulizia” sia già partita con Alphabet che ha rinunciato ai suoi robot umanoidi, cercando compratori per la Boston Dynamics, la startup che aveva comprato per 500 milioni nel 2020.

Tutti i numeri di Google

Gli altri numeri diffusi da Alphabet parlano di 20,35 miliardi di ricavi, di poco sotto le aspettative degli analisti (20,38 miliardi). Come deludono i guadagni per azione: 7,50 dollari, contro i 7,96 delle attese.

Ciò malgrado non c’è molto da preoccuparsi, in una situazione in cui si registra una crescita media del + 17% l’anno. Come incrementano anche gli utili complessivi: 4,2 miliardi di dollari. La voce grossa la fa la pubblicità, 18 miliardi, con una crescita del 16%.

Nella lista tutti gli altri numeri:

L’organico è aumentato, 64 mila unità, rispetto alle 55 mila dell’anno precedente

– Google Play e il business sul cloud hanno offerto all’azienda ricavi per 2,07 miliardi di dollari, + 24% l’anno.
– Le spese operative ammontano a 7,2 miliardi di dollari

– Anche i ricavi da YouTube sono in crescita anche se l’azienda non ha fornito numeri precisi per analizzarli.

Le sfide del nuovo Ceo

Il Ceo di Google, Sundar Pichai, ha parlato delle sfide che l’azienda dovrà affrontare da qui ai prossimi anni: «Useremo sempre di più l’intelligenza artificiale per migliorare il core business dell’azienda che è il motore di ricerca» ha dichiarato. Allo stesso tempo continuerà a puntare su YouTube e Google Play Store e sul cloud “che è nel suo momento d’oro”. Questi sono i campi in cui sono rivolti anche gli interessi di Wall Street, anche se a oggi non hanno ancora il potenziale del business dell’advertising.

Dall’exit a eBay agli affari con la Cia. Storia di Peter Thiel, il papà di PayPal

Pubblicato aprile 29th, 2020 di Lara Martino & archiviato in Smart People.

È sempre stato bravo a muovere le sue pedine Peter Thiel. Da piccolo era un campione di scacchi, uno dei migliori giocatori under 21 degli Stati Uniti. E da grande è riuscito a fare due o tre mosse che hanno significato la sua fortuna. La prima, la più fortunata di tutte, è stata fondare nel 1998 PayPal, la piattaforma di pagamento on line più famosa al mondo. Oggi il suo patrimonio arriva a 2,7 miliardi di dollari: Thiel è al decimo posto nella lista Midas di Forbes, il ranking annuale degli investitori nel settore tech e scienza.

Peter il giornalista (liberal, e con 2 lauree)

Si iscrive alla Stanford University, dove nel 1989 si laurea in filosofia. Forse nemmeno lui avrebbe immaginato di diventare uno degli uomini più ricchi al mondo e un importante investitore. Ma l’attitudine del leader un po’ contro corrente ce l’ha sempre avuta, sin da quando nelle aule del college fonda il giornale universitario Stanford Review. È il 1987. In quel periodo porta avanti vere battaglie ideologiche per affermare i suoi principi ultra-liberali. E arriva a scrivere un libro intitolato “The Diversity Myth: “Multiculturalism” and the Politics of Intolerance at Stanford”, su quella che considera una delle più grandi ipocrisie della sua università: la political correctness. Nel frattempo continua gli studi e diventa dottore in legge nel 1992.

Peter Thiel (a sinistra) e Elon Musk (a destra)

Arriva Elon Musk, nasce PayPal

Tra le aule universitarie Thiel conosce Elon Musk che diventerà suo amico e socio. Col genio di origini sudafricane condivide anche le idee liberali. Nel 2000 decidono di unire le forze: la sua startup Confinity (così si chiama all’inizio PayPal) si fonde con la società guidata da Musk, X.com. Appena 2 anni dopo al Café Venetia, nel centro di Palo Alto in California, Thiel e Musk si incontrano: PayPal viene aperta a investitori istituzionali. Musk decide di andare via da PayPal e fondare SpaceX. Non senza qualche risentimento: avrebbe voluto portare PayPal dalla piattaforma Unix a quella Microsoft Windows. Negli anni successivi Thiel riserverà poi grandi attestazioni di stima al suo amico Musk, definendolo molto carismatico, intelligente e motivato.

L’exit a eBay e i primi 500K investiti su Zuckerberg

Nel 2002 Peter Thiel vende PayPal a eBay per 1,5 miliardi di dollari. E sposta il suo cavallo verso una casella che nessuno aveva visto fino a quel momento: Facebook. È la sua seconda mossa vincente. Il cofondatore di Napster, Sean Parker, presidente del nascente social network, è alla ricerca di investitori. Nell’agosto del 2004 avvicina Reid Hoffmann, altro compagno di college di Thiel e futuro fondatore di LinkedIn. Lui, però, rifiuta di investire in Facebook e decide di indirizzare Parker su Thiel. È così che Thiel fa la conoscenza di uno studente di Harvard, Mark Zuckerberg, un giovane programmatore che ha lasciato l’università per sviluppare una rete di comunicazione tra i suoi compagni. Nessuno immagina quanti soldi sarà poi in grado di macinare il suo sito. In quel momento, però, Thiel decide di scommettere sulla sua startup. L’angel investment di Thiel è di 500 mila dollari e con quelli ottiene il 10,2 per cento della società. L’investmento è nella forma di un prestito che diventerà poi parte del capitale.

Thiel oggi, tra cybersecurity e investimenti milionari

Peter Thiel oggi ha un patrimonio di 2,7 miliardi. Ma dopo aver fatto la storia dei pagamenti online, non ha più nessun ruolo nella sua creatura PayPal. Oggi è il presidente di Palantir, fondata insieme ad Alex Karp, suo compagno di stanza alla scuola di legge di Stanford. Si tratta di un’azienda di analisi dei dati in grado di scovare frodi finanziarie e addirittura reti terroristiche. In Palantir investe addirittura la Cia, tramite il venture In-Q-Tel. Pare che Palantir abbia svolto un ruolo cruciale addirittura nella cattura di Osama bin Laden.

Thiel dà vita anche a un fondo, il Clarium Capital Management. E nel 2005 crea il Founders Fund, un venture capital che vale 2 miliardi di dollari, con sede a San Francisco. Si dà anche alla filantropia con un occhio particolare per l’intelligenza artificiale. Nel dicembre 2020 lancia insieme al suo compagno di college Elon Musk, OpenAI. Lo scopo dichiarato della compagnia di ricerca è quello di fare del bene all’umanità senza preoccuparsi sempre e solo del profitto economico. Cercando dei modi per non invecchiare, per esempio. Nel frattempo anche Max Levchin, il programmatore ucraino che ha contribuito a fondare PayPal, ha fatto una startup di lending, Affirm, sulla quale Thiel ha investito 100 milioni di dollari.

Il consiglio del papà di Paypal: «Create monopoli»

Nel 2020 Peter Thiel si mette alla prova di nuovo con la scrittura. Nulla a che vedere con i saggi sul multiculturalismo prodotti in gioventù. Nel suo libro Zero-to-one si parla di business e di come le aziende appena nate possono affermarsi. Arriva anche a consigliare di lottare per creare dei monopoli: si riesce a vendere meglio qualcosa che le persone non possono trovare da altre parti. In questo è evidente l’influenza del filosofo René Girard e della sua teoria dell’imitazione: noi facciamo tutto perché lo fanno gli altri e questo porta alla competizione. A maggior ragione se le startup sono piccole e fluide e stanno ancora cercando il loro posizionamento sul mercato. Insomma, il giocatore esperto affianca i nuovi arrivati e dà consigli per vincere la partita. In fondo Thiel può permetterselo: i suoi scacchi già li ha dati più volte e sono i suoi investimenti vincenti a parlare per lui.

Lara Martino
@martinolara

Stripe assume, e puoi candidarti (solo) con tutto il tuo team

Pubblicato aprile 29th, 2020 di Redazione & archiviato in News.

É una delle startup fintech più interessanti del momento. Stripe, l’idea di 2 fratelli irlandesi, non smette di stupire. Questa volta la loro disruption avviene nel mondo delle assunzioni: non più singole persone, la società che vuole fare concorrenza a PayPal seleziona team da 2 a 5 persone, composti da ingegneri, designer, manager o product manager.

Il progetto BYOT

É l’acronimo di Bring Your Own Team (porta dentro il tuo stesso team) ed è stato annunciato da uno degli ingegneri della startup, Avi Bryant. Nel blog ufficiale di Stripe, Avi così presenta l’iniziativa: «Sai cosa può aiutarti a realizzare meglio ciò che fai? Le persone che sanno motivarti e ispirarti, completano le tue forze e nascondono le tue debolezze, ti sostengono nella realizzazione di cose che da solo non sapresti fare. Siano essi i tuoi vecchi co-founder, coinquilini, collaboratori su un progetto open source o anche tuo fratello», scrive.

Il network effect

«Lavorare insieme – prosegue Bryant – offre più valore ad ogni persona, potremmo chiamarlo network effect». Per spiegare perché la startup ha scelto di provare ad assumere team e non solo singoli individui, Avi fa riferimento al modello Y Combinator, il noto venture americano che è stato tra i primi a credere in Stripe, a contribuire ai 300 milioni di dollari raccolti oggi dalla startup: «Y Combinator già da qualche tempo non vuole più candidati singoli, ma si focalizza sulla costruzione di team», spiega Avi.

Stripe chiede a team (da 2 a massimo 5 persone) di candidarsi insieme, inserendo i curricula di ogni candidato, più una breve descrizione di come si sono conosciuti e che lavori hanno fatto nel passato insieme. Una volta inviata la domanda via email (all’indirizzo [email protected]) a ogni team viene dato un compito, un problema da risolvere insieme. Se tutto va a buon fine, Stripe fa un’offerta economica e si inizia a lavorare in azienda.

«Finora le aziende si sono focalizzate sull’assunzione di atomi, ora noi vogliamo assumere molecole» spiega l’ingegnere, che sottolinea come questo sia un esperimento e sarà sottoposto nel tempo a delle modifiche.

Cos’è Stripe

È l’idea di due fratelli irlandesi, Patrick Collison, 27 anni, e suo fratello John, 25 anni. Ex studenti di Mit e Harvard, abbandonano l’università e creano poche righe di codice. Queste trasformano ogni sito web e app in uno strumento per ricevere pagamenti da tutto il mondo. Basta inserirle.

Finanziata da venture come Andreessen Horowitz, Khosla Ventures e Sequoia Capital. E i fondatori di PayPal, Elon Musk e Peter Thiel, la startup ha oggi un valore di 5 miliardi.

Fallisce, riparte da zero, diventa miliardario. E regala il 10% dell’azienda ai dipendenti

Pubblicato aprile 28th, 2020 di Giancarlo Donadio & archiviato in Storie.

A volte le favole esistono, anche nel business. Non potrebbe chiamarsi diversamente la storia imprenditoriale di Hamdi Ulukaya, immigrato curdo, che negli Stati Uniti, partendo da zero ha creato con lo yogurt un impero che fattura 1,6 miliardi di dollari l’anno. Oggi la favola coinvolge anche i suoi dipendenti, 2 mila persone a cui l’imprenditore ha donato il 10% della proprietà dell’azienda. Una cifra che vale qualcosa come 150 mila euro, destinata a crescere se l’azienda, come da tempo è nelle intenzioni del fondatore, deciderà di quotarsi in Borsa. Oggi la sua valutazione oscilla tra i 3 e i 5 miliardi di dollari.

Il dottore dello yogurt

Si chiama İliç, il distretto della provincia di Erzincan in Turchia, il luogo da cui proviene l’eroe della nostra storia. Poco più di 6 mila abitanti che per vivere allevano capre, fanno formaggio e yogurt. Hamdi è uno di loro e sarebbe diventato un pastore se non avesse avuto ambizioni e sogni più grandi che lo portano dall’altra parte del mondo, in America, non prima di conseguire una laurea in scienze politiche all’università di Ankara. Una volta in Usa, nel 1994, inizia a studiare prima inglese e studia business alla University at Albany.

Il primo tentativo di mettersi in proprio è con un import export di feta, il formaggio tradizionale greco a pasta semidura. L’idea è di suo padre sconvolto dalla scarsa qualità del formaggio in America, chiede al figlio di importarlo dalla Turchia e venderlo nei mercatini locali. Hamdi accetta e butta giù il primo business plan della sua vita che lo porterà ad aprire un’azienda, lavorare tanto, senza mai raggiungere il break even. Fino a che un giorno succede qualcosa che cambia per sempre la sua vita: «Ero sorpreso dalla qualità non eccelsa dello yogurt negli Stati Uniti. Un giorno mentre ero seduto nel mio ufficio ho visto un volantino che raccontava di una fabbrica di yogurt in vendita. Ho pensato che avrei potuto farci qualcosa», spiega in un’intervista al Wall Street Journal.

Un prestito per ripartire (dormendo in un capannone)

La fabbrica in questione è proprietà della Kraft, la nota multinazionale nel food, che l’aveva abbandonata perché il business era poco redditizio: «Tutti mi dicevano che avevo perso le rotelle. Insomma, se una grande compagnia aveva abbandonato il posto, c’era un valido motivo. Perché avrebbero chiuso se il business era valido? Ma io sentivo qualcosa. Una sensazione che mi scuoteva dentro».

Allora chiede un prestito alla Small Business Administration: 800 mila dollari per far ripartire quella fabbrica ridotta ormai in brandelli. Assume qualcuno dei dipendenti che hanno lavorato nella fabbrica della Krakft, chiama dalla Turchia un maestro esperto nella fabbricazione di yogurt. Per 2 anni, il tempo che gli è servito per lanciare il business, dorme nel capannone: «Ho assunto 5 persone e la prima cosa che ho detto loro è stato di dipingere le pareti, erano orribili, non avevo altre idee. Poi ho spento alcune luci perché le bollette era altissime. Dopodiché ho iniziato a sperimentare ricette per lo yogurt perfetto da lanciare», racconta ancora il turco al Wall Street Journal.

Buona la prima, o si va tutti a casa

«Avevo una sola possibilità, un solo colpo in canna. Non avevo altre possibilità, dovevamo essere perfetti» spiega l’imprenditore che prima di lanciare il prodotto sul mercato impiega 18 mesi. Dal gusto giusto al packing, giorni di esperimenti, uno dopo l’altro, per trovare la formula giusta, la formula del successo. «Siamo partiti dalla visione che l’industria dello yogurt era noiosa e andava cambiata. Andavamo ovunque a far assaggiare il prodotto, volevamo che piacesse a tutti e fosse accessibile. Abbiamo dato un prezzo molto basso da 1 dollaro e 1,50 che è rimasto sempre lo stesso».

Chobani significa pastore

In un primo momento chiama l’azienda Agro Farma inc, poi Chobani che in lingua turca e greca significa “pastore”. L’azienda inizia a vendere lo yogurt in piccoli negozi, non ha soldi per la pubblicità e si serve dei social per provare la via meno costosa del passaparola. Intanto contatta blogger che recensiscono il prodotto e aiutano a farlo conoscere. La svolta è nel 2009 quando BJ’s Wholesale Club e Costco, 2 catene di supermercati decidono di distribuire il prodotto. Dopo l’accordo vendono 200 casse al giorno di yogurt e iniziano una parabola di dominio sul mercato. I big player bussano alla sua porta, vogliono comprare l’azienda, lui potrebbe diventare milionario e ritirarsi dal business: «Non avevo iniziato un business per venderlo. Non avrebbe avuto senso. Poi avrebbero smembrato l’azienda e trasformato il prodotto per venderlo ancora di più. Ho iniziato tutto per un sogno e non lo avrei abbandonato per soldi».

Lo yogurt che vale 1,6 miliardi l’anno

La crescita dell’azienda è inarrestabile. Chobani è costretta ad aprire una nuova fabbrica, e le cose sfuggono un po’ di mano al suo fondatore. Arriva una multa di 178 mila dollari per violazioni nella salute e sicurezza dei suoi dipendenti. In poco tempo mette le cose a posto: «La crescita dell’azienda è stata anche drammatica. Siamo passati in pochi anni dal vendere 200 casse di yogurt a settimana a 1.500. Non tutto è stato fatto bene al 100%. Ma gli errori si fanno per imparare. Quelli vecchi non li abbiamo più commessi. Ora aspettiamo di farne di nuovi».

Oggi tutto il mondo parla di lui

La stima di 150 mila dollari di valore delle quote regalate dall’imprenditore appartiene al New York Times. Oggi l’azienda non è ancora quotata ed è complicato fare una stima precisa. La rivista americana spiega che alcuni dipendenti potrebbero anche ottenere una cifra vicina al milione di dollari: «I dipendenti di Chobani – racconta il New York Times- hanno ricevuto u pacchetto bianco. All’interno c’era scritto quante quote della società erano state offerte. Il numero varia dal ruolo e dal tempo che le persone hanno trascorso in azienda».

«Non c’è cosa migliore di condividere il successo con chi ha contribuito a crearlo. Chobani non sarebbe nata senza queste persone. Ora lavoreremo insieme per costruire un futuro ancora migliore per tutti noi» spiega in un’intervista Hamdi, che dopo la decisione ha twittato “Avrò duemila partner a Chobani, questo è uno dei migliori momenti della mia vita”.

D’altronde l’imprenditore non è nuovo a gesti di filantropia. Nella sua carriera ha assunto rifugiati e perseguitati politici e destinato milioni di dollari per aiutare i profughi in Iraq e Siria.

Le tensioni tra Hamdi e gli investitori

Il New York Times svela un retroscena e cioè le tensioni tra il fondatore e la TPG Capital, il fondo di investimento che ha prestato 750 milioni di dollari a Chobani. Dopo l’affare, racconta il giornale, sono nate polemiche sulla direzione della compagnia. Il fondo avrebbe comprato il 20% o qualcosa in più dell’azienda. Ma la percentuale delle quote ora sarà calcolata sul 90% delle azioni rimaste, dopo che il 10% è stato offerto ai dipendenti.

Una furbata per ridurre il potere del fondo?

Giancarlo Donadio
@giancarlodonad1

credits: The New York Times

Potrebbe interessarti

Dan Price, il capo che si è tagliato 1 milione di stipendio per aumentarlo a tutti i dipendenti

Vuole che i suoi dipendenti siano felici e per farlo ha alzato gli stipendi minimi a 70 mila dollari, vendendo anche la sua casa. Storia di Dan Price, il boss che tutti vorrebbero avere (e che negli Usa è già la superstar del fintech). Continua a leggere…»

Miglior broker di opzioni binarie 2020:
  • BINARIUM
    BINARIUM

    Il miglior broker di opzioni binarie!
    Allenamento gratuito!
    Ideale per i principianti!
    Ottieni il tuo bonus di iscrizione!

Like this post? Please share to your friends:
Quanto puoi guadagnare con le opzioni binarie?
Lascia un commento

;-) :| :x :twisted: :smile: :shock: :sad: :roll: :razz: :oops: :o :mrgreen: :lol: :idea: :grin: :evil: :cry: :cool: :arrow: :???: :?: :!: