Cina confermato il rallentamento dell’economia

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Cina rallenta: Pil 2020 il peggiore degli ultimi 28 anni

21 Gennaio 2020 – 07:45

L’economia cinese è cresciuta al ritmo più lento degli ultimi 28 anni. Il Pil 2020 della Cina ha confermato il temuto rallentamento

L’economia cinese ha confermato il rallentamento.

Qualche ora fa il Dragone ha alzato il velo sulla crescita economica del quarto trimestre 2020 e su quella dell’intero anno. In quest’ultimo caso il Pil è avanzato del 6,6%, il dato peggiore dal 1990.

Sul risultato complessivo ha pesato quello del quarto trimestre, arco di tempo in cui il Pil della Cina è avanzato del 6,4% e si è confrontato con il 6,5% del pari periodo 2020. Anche in questo caso, insomma, il rallentamento cinese ha trovato conferma nelle ultime rilevazioni macroeconomiche.

Cina rallenta, ma mercati avanzano: i motivi

Non sono stati soltanto i dati sul Pil cinese ad attirare l’attenzione del mercato nelle prime ore del mattino. Pechino ha infatti alzato il velo sulle condizioni del suo mercato del lavoro, gravato da un tasso di disoccupazione al 4,9%, in salita rispetto al 4,8% dell’ultima rilevazione.

Nonostante le rilevazioni macro non propriamente brillanti i mercati hanno reagito positivamente nella prima seduta della settimana. La frenata del Pil era stata ampiamente preventivata dalle Borse a causa della guerra commerciale USA-Cina. Gli stessi economisti intervistati da Reuters avevano previsto un rallentamento dell’economia tale da rivedere al ribasso le stime sulla crescita 2020 dal 6,8% al 6,6%.

I dati di oggi insomma non hanno colto di sorpresa i mercati, sostenuti altresì dalle rilevazioni inerenti la produzione industriale della Cina, salita a dicembre di un buon 5,7% che ha fatto i conti con il precedente 5,4% e con le attese a 5,3%. Ad avanzare, infine, sono state anche le vendite al dettaglio, passate dall’8,1% precedente all’8,2%.

Come accennato, a determinare almeno in parte il rallentamento economico della Cina è stata la guerra commerciale con Washington, un conflitto combattuto a colpa di dazi e tariffe che potrebbe essere presto archiviato.

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In occasione dell’ultimo G20 di Buenos Aires le due potenze hanno concordato una tregua di 90 giorni che scadrà ufficialmente il 1° marzo prossimo. Entro quella data Cina e USA dovranno trovare un accordo commerciale in grado di far terminare le ostilità. L’andamento futuro delle due economie dipenderà anche da quello.

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La Cina rallenta e arriva il primo deficit da 25 anni. E forse non c’entra Trump

La Cina sta rallentando e dopo un quarto di secolo registra il primo deficit corrente, segno che la seconda economia mondiale stia maturando, ma anche prova di capitali in fuga.

La crescita del pil in Cina, seconda economia mondiale, ha subito una decelerazione al +6,5% su base annua nel terzo trimestre dal +6,7% del secondo. Era nell’aria, anche se il dato che ha colpito maggiormente analisti e investitori è stato un altro: per la prima volta dal 1993, i primi 9 mesi dell’anno si sono chiusi con un deficit delle partite correnti. Nel dettaglio, esso è stato pari a 12,8 miliardi di dollari, che annualizzato farebbe appena lo 0,1% del pil. Lo scorso anno si è chiuso con un saldo attivo dell’1,3%, mentre nel 2008 si arrivava al 9,3%. In un decennio, quindi, si è passati da un avanzo corrente superiore ai 400 miliardi a un disavanzo, pur di lieve entità. Perché rileva? Le partite correnti captano la posizione complessiva di un’economia con il resto del mondo, ossia l’import-export di beni, servizi e capitali. E nei primi 9 mesi del 2020, a fronte di un attivo di 256,1 miliardi di dollari relativo ai beni, la Cina ha registrato un saldo passivo per i servizi di 229,5 miliardi, per cui il deflusso netto dei capitali può stimarsi in poco meno di 40 miliardi.

Oltre al -20% segnato quest’anno dalla Borsa di Shangahi, pare che siano state le vendite nel comparto obbligazionario da parte degli investitori stranieri a contribuire, forse in misura preponderante e determinante, alla chiusura con il segno meno. Pechino ha reagito dallo scorso anno alle minacce di dazi dell’amministrazione Trump con un allentamento monetario, che negli ultimi mesi si sta concretizzando perlopiù in una riduzione del coefficiente di riserva obbligatoria per le banche, così da iniettare maggiore liquidità nel sistema. Ciò ha ridotto i rendimenti dei bond, sia corporate che sovrani, con lo spread decennale con i Treasuries ad essersi portato ai minimi da oltre 8 anni, intorno a una ventina di punti base.

I deflussi finanziari

Dunque, tra rendimenti americani in salita e cinesi in discesa, l’appetito per i bond emessi nel Dragone asiatico si è fortemente ridotto, anche perché gli investitori stranieri devono mettere in conto l’indebolimento del cambio. Lo yuan ha perso quest’anno il 6,5% e non c’è concordia nemmeno tra gli analisti se si stia trattando di una mossa di Pechino per attenuare il peso dei dazi su 250 miliardi di dollari di beni Made in China esportati negli USA o se, al contrario, la Banca Popolare Cinese stia cercando di attutire la debolezza del cambio. Ad ogni modo, si tratta di un mutamento radicale per l’economia cinese. Per la prima volta dal grande salto verso la modernizzazione, sta importando dall’estero più di quanti non esporti. Questa notizia si presta a svariati significati e contrapposte valutazioni.

Da un lato, il dato al 30 settembre scorso segnalerebbe una progressiva normalizzazione della seconda economia mondiale, caratterizzata da esportazioni nette ancora robuste verso USA ed Europa e da un deficit commerciale verso il resto del mondo. In fondo, quello che Bruxelles e Washington vorrebbero sarebbe proprio che i cinesi smettessero di limitarsi a vendere merci e iniziassero ad acquistare. Tuttavia, resta da vedere in quali modalità e tempi il mutamento avverrà. La Cina ha accumulato più di 3.000 miliardi di dollari in riserve in valuta estera grazie proprio ai surplus commerciali e correnti messi a segno nei decenni passati. Se questa era giungesse bruscamente al termine, a pagare pegno sarebbero, anzitutto, i suoi principali debitori sovrani: gli USA. Pechino detiene 1.165 miliardi di dollari di Treasuries, i titoli del debito federale a stelle e strisce. Questi vengono acquistati sostanzialmente con lo stesso denaro che fuoriesce dagli USA per via delle importazioni nette verso la Cina.

Il meccanismo può così riassumersi: i cinesi vendono agli americani i loro prodotti e con il ricavato si comprano il debito pubblico degli americani.

Economia cinese al bivio tra rischi e modernizzazione

Per il resto che l’economia cinese stia giungendo a un punto di maturazione lo segnala anche il dato relativo alle vendite realizzate da Alibaba domenica scorsa per la Festa dei Single, una sorta di appuntamento di recente attecchimento e che imita del tutto il Black Friday americano, precedendolo di meno di due settimane. I ricavi nell’arco delle 24 ore sono stati pari a 30,8 miliardi di dollari, in crescita del 27% rispetto allo scorso anno, quando erano saliti, però, del 39%. Nella storia decennale del colosso online cinese, si è trattato dell’aumento meno cospicuo, per quanto al contempo sia stato segnato un record mondiale per un solo evento in rete. Si consideri che la cifra ammonta a 3 volte la somma dei ricavi maturati nel 2020 dal Black Friday e dal Cyber Monday. Insieme al rallentamento in atto del manifatturiero, tutto proverebbe che la Cina stia già crescendo ai ritmi meno stupefacenti dell’ultimo quarto di secolo.

In sé, non sarebbe nemmeno una notizia, purché il rallentamento avvenga senza traumi. Un atterraggio duro farebbe danni a un’economia indebitata per non meno del 260% del pil e con un mercato obbligazionario privato di ben 12.000 miliardi di dollari, che si affianca ai 2.000 miliardi di bond sovrani. Per quanto solo una minima parte di questo debito sia in mano alla finanza straniera, serve che i capitali non fuggano da Pechino, altrimenti la destabilizzazione innescherebbe una crisi dell’economia presso la seconda potenza mondiale nel bel mezzo dei tentativi delle autorità di convertirla da un modello impostato sulle esportazioni a uno più basato sulla domanda interna, riducendo gli investimenti vistosamente in eccesso e aumentando i consumi delle famiglie ancora bassi.

La conferma del rallentamento dell’economia cinese

Quando si guarda alla Cina, molte persone dimenticano che i dati ufficiali sono decisamente inaffidabili, talvolta persino inventati: qualunque tipo di analisi poggia su basi decisamente instabili. La buona notizia è che il settore privato sta riprendendo fiato dalla stretta del debito e che sono in corso studi e sondaggi reali che coinvolgono migliaia di lavoratori assunti da banche e aziende private.

La vera buona notizia è che i risultati dei sondaggi, effettuati sul campo, corroborano in gran parte i dati ufficiali rilasciati, per cui i ricercatori non devono analizzare tutto quanto da zero. Tuttavia, alcune differenze evidenziano delle sottigliezze, che in effetti sono l’ossatura dell’economia cinese.

CONFERMATO IL RALLENTAMENTO

Nella sua relazione sul primo trimestre 2020, la società internazionale di ricerca China Beige Book International (Cbb), ha ampiamente confermato che la Cina sta rallentando nella crescita. L’unica differenza con i dati ufficiali è che la frenata è in arrivo un anno prima del previsto.

«L’economia ha subito un rallentamento della crescita complessiva, minacciata soprattutto da un maggiore infiacchimento delle spese in conto capitale come pure dalle relativamente deboli vendite per il Capodanno cinese», si legge nel report pubblicato.

Ciò è coerente con i dati ufficiali forniti dal regime sul mancato obiettivo di crescita del 7,5 per cento nel quarto trimestre del 2020, arrivando a raggiungere un 7,3 per cento. Anche il Fondo Monetario Internazionale (Fmi) ha declassato le sue aspettative di crescita per il Paese nel 2020, attorno al 7 per cento.

Il Pil sta rallentando perché le imprese stanno riducendo la spesa sugli investimenti, considerato il fattore chiave di una crescita in ritardo. Tutto ciò dopo che che la crescita delle esportazioni aveva cessato di fare la sua parte, in seguito alla crisi finanziaria. Secondo la Cbb, solo il 43 per cento delle imprese hanno dichiarato un aumento delle spese, mentre il 13 per cento delle società le ha effettivamente ridotte.

Sebbene il regime cinese abbia ripetutamente sottolineato che sarebbe accettabile una riduzione della crescita se venisse attuato un riequilibrio dell’economia e un rinnovamento degli investimenti sui consumi, questo non sta accadendo.

«Quest’anno le entrate non solo erano minime rispetto al quarto trimestre del 2020 ma costituivano i dati più deboli i riferiti al primo trimestre dei quattro anni che abbiamo monitorato. Né la domanda dei consumatori, né le vendite al dettaglio e gli interventi del governo stanno migliorando quel periodo di stagnazione derivato dal rallentamento degli investimenti», sostiene l’organizzazione nel report. Solo il 52 per cento delle aziende ha registrato un aumento delle spesa, mentre l’11 per cento è in calo.

IMMOBILI IN CALO

Il settore più interessante di questi giorni in Cina è quello immobiliare, dove persino i dati ufficiali indicano che gli immobili residenziali sono in caduta libera.

La Cbb sostiene che in realtà alcuni sotto-settori del ramo immobiliare abbiano registrato un piccolo rialzo, dopo diversi trimestri di calo, nonostante solamente il 38 per cento delle imprese nel settore segnalino maggiori ricavi e che il 25 per cento di esse riportino un calo.

L’indagine conferma che il settore degli immobili residenziali è in forte difficoltà: il 41 per cento delle aziende che vi operano hanno visto un calo dei propri ricavi. Tuttavia, ci sono stati alcuni miglioramenti nel ramo della nuova edilizia residenziale, con il 35 per cento delle imprese che hanno dichiarato un aumento dei guadagni.

«Il settore delle costruzioni degli edifici residenziali ha visto un miglioramento sulla base di un quarto trimestre disastroso, tuttavia non è sostanzioso. L’edilizia commerciale e i trasporti hanno registrato una crescita dei ricavi. Il quarto trimestre è stato decisamente un trimestre negativo e sebbene non ci troviamo di fronte a un settore dinamico, la maggior parte dei sotto-settori stanno mostrando stabilità o miglioramento rispetto all’ultimo trimestre dello scorso anno», ha detto il presidente della Cbb Leland Miller.

La Cbb propone anche risultati interessanti per quanto riguarda l’attività bancaria e il credito bancario ombra. Il premier Li Keqiang ha detto recentemente che in caso di necessità il regime avrebbe stimolato il settore. Tuttavia, la ricerca della Cbb suggerisce che le aziende non ne avranno bisogno.

«Nel settore bancario, coloro che prevedono una crescita della disponibilità di credito nei prossimi sei mesi, sono aumentati negli ultimi sei trimestri. Le aziende vedono le cose in modo molto diverso: chi prevedeva una maggiore disponibilità di credito nel corso di sei mesi era sostanzialmente più bassa. Una valutazione dell’intermediazione finanziaria indica che lo stimolo non funziona semplicemente come vorrebbe qualcuno di Pechino», ha affermato il rapporto.

Una delle ragioni, che è stata molto sottovalutata dai media, per le quali le imprese cinesi hanno aumentato il loro margine di profitto è perché i costi di entrata solo calati in maggior misura dei prezzi e dei volumi delle vendite.

«L’indebolimento dell’inflazione continua, tuttavia la maggior parte degli analisti tralascia il fatto che l’effetto conferma che il risultato è stato in gran parte positivo. I costi di produzione controllati e la crescita moderata dei salari hanno sostenuto i profitti delle imprese», si legge nel report.

Inoltre, se le imprese continueranno a fare soldi (esclusi gli operatori edilizi come Evergrande) e i salari non aumenteranno, il regime non avrà bisogno di stimoli, dal momento che, almeno per ora, la disoccupazione rimarrà bassa.

I buoni guadagni da parte delle società cinesi sono uno dei motivi per cui le azioni sul mercato cinese sono quasi raddoppiate rispetto all’anno precedente.

L’impressionante risultato del mercato azionario spiega anche la differenza dell’atteggiamento tra le banche e le aziende riguardo ai prestiti. La banca centrale cinese, nonostante non abbia bisogno di stimolare l’economia complessiva, ha portato liquidità nel mercato per fornire sostegno all’edilizia abitativa. Tuttavia, la maggior parte del denaro immesso si è riversato direttamente nel mercato azionario cinese, bypassando completamente l’economia reale.

Reuters ha riferito di recente come molti dei tristemente noti fondi fiduciari, che sono parte dell’informale sistema bancario ombra, hanno smesso di emettere prestiti alle imprese e investono direttamente nelle azioni e nelle obbligazioni, un’attività confermata dalla Cbb.

«Non c’è alcuna giustificazione economica per uno stimolo pesante. Il mercato del lavoro è stabile, le prestazioni aziendali sono stabili. Tuttavia il meccanismo di trasmissione del credito è rotto. Se non provocano uno stimolo, il denaro si riverserà direttamente nel mercato azionario. Non stiamo vedendo alcun rimbalzo della crescita. Si stanno avviando verso un crollo del mercato azionario, solo che non sappiamo quando accadrà», ha detto Miller.

Secondo la Cbb, solo il 25 per cento delle aziende ha fatto richiesto di un prestito, il che potrebbe essere spiegato da un miglior risultato nella gestione, così come dall’aver compreso che non valga la pena investire investimento in un’ulteriore espansione della capacità produttiva.

Tuttavia, per le aziende che davvero hanno bisogno di denaro (gli operatori edilizi) il tasso dei prestiti ombra è aumentato, dal 1,25 per cento al 9,54 per cento, rispetto all’ultimo trimestre, indicando che vi è un fattore di stress per la parte più vulnerabile dell’economia cinese.

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