Gli investitori aspettano le dichiarazioni della Federal Reserve

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Gli investitori aspettano le dichiarazioni della Federal Reserve

Questa sera sarà invece il turno delle Minute della Federal Reserve, il cui core sarà verosimilmente su forward guidance e mercato del lavoro. Sul fronte tapering la strada appare piuttosto segnata e non vi sono state smentite circa il percorso di progressiva riduzione di acquisti di asset da parte dell’istituto centrale americano.

Per quello che concerne il corridoio dei tassi di interesse, qui le tempistiche appaiono più differite nel tempo ed è per questo motivo che si guarda con particolare attenzione su quello che può essere anche solo un cambiamento di wording circa la forward guidance, le linee guida cioè sulla politica monetaria spiega Davide Marone di Dailyfx. E qui il dibattito in seno al FOMC appare più articolato, rispetto per esempio a quello della Bank of England; qui si scontrano visioni diverse circa il Quantitative Easing e circa i tassi di interesse, anche se finora prevale l’approccio dovish e conservativo del governatore Janet Yellen.

Difficile dunque attendersi sconvolgimenti comunicativi provenienti da Washington, ma naturalmente non può essere abbassata la guardia da un punto di vista operativa dal momento che stiamo assistendo ad una sostanziale assenza di volatilità generata di fatto dall’assenza, nel breve ma anche in scenario multiday, di temi in grado di portare alla formazione di aspettative da scontare poi sui prezzi. Varrà perciò la pena di monitorare le diverse situazioni tecniche, quelle naturalmente concernenti il dollaro americano ricordando banalmente come a forti contrazioni di volatilità si alternino esplosioni della stessa, in grado dunque di condurre flussi di liquidità importanti e movimenti direzionali. L’eurodollaro in questo senso diventa quindi un sorvegliato speciale, così come il punto di riferimento azionario S&P500

Tagli dei tassi, le prossime mosse della Fed e della Bcc

“I mercati azionari potrebbero offrire performance meno brillanti che in passato in circostante simili. Chiaramente, risulta improbabile un rialzo dei tassi nell’immediato”. L’analisi di Stefan Rondorf

“Mentre la crescita rallenta e l’incertezza politica persiste, gli investitori sperano ancora una volta nell’aiuto delle Banche Centrali”. L’analisi di Stefan Rondorf, senior investment strategist, global economics & strategy di Allianz Global Investors.

Dopo le dichiarazioni di Mario Draghi a Sintra, molti si aspettano una ripresa del quantitative easing (QE) nei prossimi mesi, sotto forma di acquisti di obbligazioni governative e societarie

In effetti, gli operatori del mercato monetario Usa sono convinti che la Federal Reserve (Fed) taglierà il tasso di riferimento di quasi 100 bp complessivi nei prossimi 12 mesi; quanto alla Banca Centrale Europea (BCE), si prevede un’ulteriore riduzione di circa 10 bp, partendo da livelli già negativi.

Inoltre, dopo le dichiarazioni di Mario Draghi a Sintra, molti si aspettano una ripresa del quantitative easing (QE) nei prossimi mesi, sotto forma di acquisti di obbligazioni governative e societarie.

I mercati ipotizzano chiaramente una politica monetaria molto più accomodante. Come si concilia questa previsione con l’idea diffusa che la recessione non sia imminente? Senza difficoltà: i mercati vedono nel taglio dei tassi una sorta di assicurazione. Sono convinti che le Banche Centrali faranno quanto in loro potere per garantire un’estensione del ciclo.

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Da un’analisi dei cicli dei tagli dei tassi Usa dal 1980, emerge che la Fed ha abbassato il tasso di riferimento in quattro occasioni anche se la recessione non era imminente (1984, 1987, 1995 e 1998). In alcuni casi il sistema finanziario aveva subito uno shock (ad esempio il crollo azionario dell’autunno 1987), in altri la crescita era più debole (1984 e 1995).

Di norma, gli indicatori anticipatori come la fiducia delle imprese e dei consumatori erano notevolmente arretrati prima di un taglio dei tassi “preventivo”. Nello stesso tempo il mercato del lavoro era ancora solido. Per gli investitori i tagli dei tassi “preventivi” erano solitamente una buona notizia.

Dopo un intervento simile le quotazioni azionarie globali salivano in media di quasi il 10% nei 12 mesi successivi, mentre scendevano di quasi il 19% se il taglio dei tassi avveniva in un contesto recessivo. Anche l’impatto sui corporate bond e sulle obbligazioni high yield Usa era favorevole, per quanto tali strumenti restassero indietro rispetto ai Treasury. Un quadro che sembra descrivere bene anche il presente.

È arrivato il momento di un altro taglio dei tassi “preventivo”? Il clima economico è peggiorato a livello mondiale, essenzialmente a causa delle persistenti incertezze sulla politica commerciale. Le Banche Centrali potrebbero giustificare facilmente un taglio dei tassi, anche alla luce del calo delle attese di inflazione sul mercato.

Occorre tuttavia considerare due elementi: in passato i tagli dei tassi “preventivi” operati dalla Fed non sono mai stati superiori a 75 punti base in totale, mentre oggi il mercato monetario americano sconta interventi più consistenti, segno di una maggiore preoccupazione per la crescita; non è affatto certo che le misure di politica monetaria possano risolvere una crisi di fiducia provocata da una guerra commerciale.

La settimana prossima. Nell’ultima settimana la Federal Reserve ha confermato nuovamente di vigilare sui rischi di rallentamento economico. All’inizio della prossima, però, l’attenzione si concentrerà sui dati cinesi previsti per lunedì, come il PIL del secondo trimestre. Mercoledì le immatricolazioni di auto europee faranno luce sulla fiducia dei consumatori e sulla tormentata industria automobilistica del vecchio continente. Negli Stati Uniti saranno protagoniste le vendite al dettaglio (martedì).

Active is: continua la caccia ai rendimenti. Con ogni probabilità, le Banche Centrali dovranno agire per non deludere le attese di sostegno monetario. Non crediamo però che tali interventi avranno un forte impatto. È difficile che si possa risolvere rapidamente una crisi di fiducia innescata dall’incertezza politica.

Per questo motivo, i mercati azionari potrebbero offrire performance meno brillanti che in passato in circostante simili. Chiaramente, risulta improbabile un rialzo dei tassi nell’immediato, e gli investitori dovranno cercare altre fonti di reddito, ad esempio dividendi sostenibili e solidi.

Wall Street debole in attesa delle mosse della Fed

Listini contrastati a New York: il Dow Jones è in calo mentre il Nasdaq è in territorio positivo. Gli osservatori aspettano le parole di Powell e le scelte della banca centrale in un contesto geopolitico difficile. Aumenta la produzione industriale

17/09/2020 16:04

tempo di lettura

Wall Street ha aperto la seduta debole, con gli investitori che rimangono in attesa della riunione della Federal Reserve in un contesto di accresciuto rischio geopolitico in Medio Oriente e persistenti preoccupazioni sulla salute dell’economia globale. Il Dow Jones sta perdendo lo 0,21%, l’S&P 500 dello 0,02% mentre il Nasdaq Composite sta guadagnando lo 0,07%.

Nella riunione di domani i mercati osserveranno attentamente le dichiarazioni della Fed e il modo in cui i banchieri centrali stanno misurando il picco del prezzo del petrolio tra i rischi all’economia. “La spinta esercitata dai prezzi del petrolio sull’indice dei prezzi core è limitata, ma il rialzo dei prezzi complessivi, in combinazione con i segnali che l’inflazione si sta già surriscaldando può rendere difficile per la Fed ridurre ulteriormente i tassi d’interesse”, afferma Beth Ann Bovino di S&P Global Ratings, evidenziando come il mercato stia prezzando una probabilità del 36,5% che la Banca centrale americana decida di non agire domani, a fronte del 7,7% di una settimana fa. La Fed “aveva una scusante per allentare ulteriormente la politica monetaria: la debole inflazione”, precisa l’esperto.

Il recente miglioramento dei dati macroeconomici americani e il miglioramento delle relazioni commerciali tra Cina e Stati Uniti, hanno contribuito a diminuire le aspettative di un accomodamento monetario e ora, a peggiorare la situazione, c’è la possibilità che i forti prezzi del petrolio alimentino ulteriormente l’indice dei prezzi al consumo e alla produzione.

“Il dubbio è incentrato sul modo in cui la Fed segnalerà che ridurrà i tassi d’interesse entro la fine del 2020”, commenta Tom Essaye di The Sevens Report. “Saranno le sfumature e le dichiarazioni che determineranno se la Fed soddisferà o meno le aspettative del mercato, se stimolerà una ripresa economica nel breve termine o se l’Istituto si confermerà falco”.

“Un rally del mercato petrolifero e il rallentamento economico globale, guidato da Cina, Germania e Stati Uniti formano un pessimo cocktail, visto che un tale rialzo dei prezzi del greggio comporta anche il rischio di recessione”, afferma Ole Hansen di Saxo Bank. “La maggior parte dei produttori di petrolio vorrebbe idealmente vedere un aumento dei prezzi dell’oro per accrescere i propri bilanci, ma questo non è un modo sostenibile per farlo”, aggiunge l’esperto.

Un’azione aggressiva da parte della Federal Reserve è necessaria per far sì che la crescita globale abbia un nuovo slancio, in quanto non esiste nessun’altra istituzione che abbia la disponibilità e la capacità di stimolare l’economia mondiale, afferma Ken Orchard di T. Rowe Price. “L’esperienza degli ultimi tempi suggerisce che le principali economie crescono ad un ritmo ragionevole solo quando vengono stimolate, quindi l’assenza di altri candidati oltre alla Fed che possano implementare lo stimolo necessario è chiaramente problematica, in quanto sembra probabile che la crescita e l’inflazione continueranno a rimanere basse finchè i policymaker non prenderanno iniziativa”, spiega l’esperto.

“Un profondo rallentamento o una piccola recessione sembrano inevitabili. Ciò detto, è improbabile che si verifichi una recessione particolarmente lunga o profonda, perché non vi sono gli squilibri economici necessari”, rassicura Orchard. “I mercati del capitale stanno prezzando due possibili scenari, con due esiti molto diversi. Il primo, molto probabile, è che vi sia un allentamento moderato da parte della Fed, con due tagli ulteriori, ma questo non sarebbe sufficiente a far ripartire la crescita globale. Il secondo, meno probabile, è che la Banca centrale americana si imbarchi in un ciclo di allentamento più significativo, portando i tassi vicino allo zero. Questo, sommandosi ad uno stimolo fiscale contenuto in Europa e Cina, basterebbe invece a dare nuova linfa alla crescita”, conclude l’analista.

Sul fronte macroeconomico, la produzione industriale negli Usa è aumentata dello 0,6% a livello mensile ad agosto, superando le attese del consenso, che si aspettavano un incremento dello 0,2%. Il tasso di utilizzo degli impianti si è inoltre attestato al 77,9%, anche in questo caso al di sopra delle stime al 77,6%. Infine il dato sulla produzione industriale di luglio è stato rivisto da -0,2% a -0,1%.

Nel frattempo, il cambio euro-dollaro sta viaggiando sull’1,1032, mentre sull’obbligazionario, il costo di finanziamento del T-Note decennale si è attestato all’1,843% e quello biennale all’1,75%.

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