Il programma della Francia per il rilancio economico

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Francia: il rilancio dell’economia
passa per spesa pubblica e fisco

Tasse sulle imprese e sul lavoro più basse, e meno esenzioni Iva. Questa la ricetta indicata dall’Ocse nell’ultimo Rapporto

L’economia d’Oltralpe gode di un’ottima salute. Alti livelli di produttività e di standard di vita, una crescita che, sebbene sia poco più debole della media dell’eurozona, rimane costante. Anche il mercato del lavoro, nonostante il permanere di un alto livello di disoccupazione, mostra netti segnali di ripresa.
L’Ocse offre un quadro abbastanza roseo della società e dell’economia francese, puntando soprattutto il dito contro l’eccessiva spesa pubblica e l’elevata pressione fiscale. La Francia vanta la più alta spesa pubblica dei Paesi Ocse: gli ultimi dati, risalenti al 2020, “parlano” di un livello pari al 56.4% del Prodotto interno lordo. Il report raccomanda al governo di Parigi di sviluppare una strategia a lungo termine per ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale, rilanciando l’economia e l’attività di impresa. Tagli alle tasse sul lavoro e sulle imprese sono quindi la principali priorità in Francia, secondo l’Economic Survey.

La tassazione elevata incide sullo sviluppo
L’elevato livello di tassazione esistente, infatti, sottolinea il report, rappresenta l’ostacolo principale allo sviluppo economico, perché limita pesantemente gli investimenti da parte delle imprese e favorisce il sommerso. Il cuneo fiscale, in particolare, è elevato: circa un terzo delle entrate tributarie proviene dalle tasse sul lavoro.
Nel mirino dell’Ocse anche l’eccessiva complessità e frammentazione del sistema fiscale. L’indice viene puntato soprattutto sul numero elevato di imposte: basti pensare che le imprese sono soggette a 233 differenti balzelli. Sarebbe auspicabile, evidenzia lo studio, ridurre la tassazione sui redditi d’impresa e rivedere anche l’effettiva utilità del credito d’imposta per sviluppo e ricerca.

Iva e imposte sui redditi “deboli”
Il report offre anche una panoramica delle principali imposte vigenti in Francia, fornendo indicazioni al governo parigino su come gestirle in modo più efficiente.
Le entrate provenienti dalla tassazione dei redditi individuali rappresentano una minima fetta dell’incasso totale e sono ben al di sotto della media Ocse. Stesso discorso per gli introiti derivanti dalle tasse ambientali, molto più bassi rispetto agli standard internazionali. L’Ocse raccomanda fortemente a Parigi di incrementare le tasse sull’emissione di sostanze inquinanti. In questo settore, almeno sulla carta, le intenzioni sono quelle di seguire l’orientamento dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo: il nuovo governo ha preannunciato, infatti, che interverrà nella tassazione di diesel e petrolio. Infine, evidenzia il report, anche il sistema Iva necessita di profondi cambiamenti: gli incassi dall’imposta sul valore aggiunto sono ancora modesti, perché esistono troppe esenzioni e aliquote agevolate, che andrebbero sfoltite.

Il futuro, almeno sulla carta
Incassa il giudizio positivo dell’Ocse il programma di politica fiscale presentato dal nuovo Governo di Parigi. Secondo le intenzioni dell’Eliseo, sarà eliminata la taxe d’habitation per l’80% dei proprietari di case; verrà ridotto l’impatto dell’Impot sur la fortune, mentre sui redditi da capitale sarà introdotta una flat tax del 30%. A conquistare il plauso dell’Ocse sono soprattutto gli interventi, per il momento soltanto sulla carta, a sostegno di imprese e occupazione, tra cui la riduzione dell’imposta sul reddito societario, che dovrebbe passare dal 33.33 al 25%. Il Governo ha anche in agenda una revisione delle agevolazioni fiscali attualmente esistenti per incentivare l’occupazione, con l’obiettivo di renderle più efficienti.

ENERGIA PER LA FRANCIA

Il caro-bolletta è una realtà ormai strutturale. Di fronte a un Medio Oriente instabile e a un’Europa latitante, Parigi studia le contromosse: diversificazione dell’import, sviluppo del ‘carbone pulito’ e delle rinnovabili, rilancio del nucleare.

1. NEGLI ULTIMI ANNI, CON IL FORTE aumento della domanda di energia nei paesi emergenti, i corsi delle materie prime si sono durevolmente orientati, a medio e lungo termine, su prezzi elevati; la crisi finanziaria iniziata nel 2008, tuttavia, potrà rallentare per un certo periodo questa tendenza. La progressione dei prezzi è stata graduale, senza improvvisi rialzi analoghi a quelli verificatisi in occasione delle crisi petrolifere del 1973 e del 1979. L’insufficienza degli investimenti produttivi, il forte sviluppo dei giganti asiatici, la domanda sostenuta dei paesi Ocse e la scarsità delle risorse fossili sono gli elementi principali che determinano la fisionomia odierna dei mercati energetici mondiali: il costo dell’energia è destinato a crescere inesorabilmente, a meno che una rivoluzione tecnologica e sociale di vasta portata non sconvolga il quadro globale.

Lo spettro della penuria strutturale orienta alcuni studi strategici. Da tali scenari, tuttavia, emerge che per i prossimi trent’anni le risorse basteranno a soddisfare il prevedibile fabbisogno energetico mondiale. La valutazione delle riserve di carbone, gas e petrolio resta comunque controversa, poiché coinvolge al tempo stesso la geologia (la presenza o meno di carbone e idrocarburi negli strati geologici esplorati), la tecnica (il tasso di recupero di queste diverse forme di energia), l’economia (redditività finanziaria del loro sfruttamento) e la politica (la loro accessibilità geopolitica). Considerati questi diversi parametri, è un fatto che le regioni – soprattutto il Medio Oriente – in cui si concentrano le principali riserve di energie fossili (l’85% del fabbisogno mondiale) saranno oggetto di enorme attenzione da parte delle grandi potenze nei decenni a venire.

Secondo l’Agenzia internazionale dell’energia (Aie), la domanda di risorse fossili, in assenza di prodotti economicamente vantaggiosi che le sostituiscano, diventerà sempre più pressante. La crescente dipendenza da una regione a rischio come il Medio Oriente e un bisogno di idrocarburi sempre maggiore pregiudicheranno la sicurezza dei nostri approvvigionamenti. Nel 2030, il fabbisogni energetico dell’Unione Europea dipenderà dall’esterno per il 70%, rispetto all’attuale 50%; nel solo settore petrolifero, l’Ue registrerà una dipendenza pari al 90%. Qualsiasi crisi, anche di minima entità, che colpisse un paese esportatore di energia (dall’Iran al Venezuela) causerebbe rialzi dei corsi energetici difficilmente sostenibili dai paesi europei, come dimostra la reazione dei mercati alle crisi sociali e politiche degli ultimi dieci anni in Iraq, Venezuela e Nigeria. L’abbandono del nucleare da parte di alcune grandi economie europee (Germania, Italia e Svizzera, domani forse Belgio e Spagna) aggiunge nuova incertezza a questo scenario.

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2. I bisogni francesi di energia primaria sono assicurati per il 33% dal petrolio, per il 15% dal gas naturale, per il 2% dal carbone, per il 43% dal nucleare e per il 7% dalle rinnovabili (idroelettrico, solare, eolico, biocarburanti e legno). Il nucleare produce il 78% dell’elettricità; per il suo approvvigionamento elettrico, dunque, la Francia dipende meno dall’estero e dalle variazioni dei mercati internazionali rispetto ai suoi partner europei, anche se l’uranio utilizzato nelle centrali francesi è totalmente importato e i bisogni invernali della Francia oltrepassano già oggi la sua capacità di produzione. Il consumo registrato in Francia il 7 febbraio 2020 – 100,5 Gw a fronte di una capacità di produzione pari a circa 92 gw – è un segno inquietante dello scarto tra produzione e consumi.

Il tasso di indipendenza energetica della Francia è pari al 50% circa dei suoi bisogni, soprattutto grazie all’elettricità prodotta dal nucleare. La produzione nazionale di energie fossili (carbone, gas naturale e petrolio) copre soltanto l’1,6% del fabbisogno energetico francese. Nel 2020, il deficit energetico della Francia era pari al 2,5% del pil, ovvero 47,8 miliardi di euro, a fronte dei 39,7 miliardi del 2009. Dopo il 2000, il deficit annuale è cresciuto; fa eccezione il 2009, dalla crescita praticamente nulla conseguente alla crisi economica. Nel 2020, il deficit energetico francese ha registrato un picco di 61,4 miliardi di euro, pari al 3% del pil: l’aumento del 32% tra il 2020 e il 2020 dimostra quanto sia grave il problema energetico francese; il deficit del bilancio energetico rappresenta il 72,7% del deficit commerciale nazionale, che in totale ammontava nel 2020 a 84,5 miliardi di euro.

Nel 2020, il deficit energetico francese potrebbe superare i 70 miliardi; l’andamento del cambio euro/dollaro influisce favorevolmente sul saldo energetico francese, permettendo di limitare l’aumento della fattura energetica, nonostante il recente rialzo del prezzo del greggio. Questa situazione si spiega anche con la scarsa diversificazione delle risorse naturali francesi: la produzione nazionale di petrolio, concentrata per il 47% nella regione di Lacq (Pirenei atlantici) e per il 53% nei dipartimenti della Marna e della Senna-Marna, si avvicina al milione di tonnellate l’anno. Con l’eccezione dei promettenti giacimenti offshore della Guyana, le prospettive nei Territori d’Oltremare sono ancora limitate; le esplora­zioni condotte attorno alle isole francesi sparse nell’Oceano Indiano (in particolare Juan de Nova) e in Nuova Caledonia non hanno dato risultati significativi.

La situazione del gas naturale è paragonabile a quella del petrolio: la produzione nazionale è limitata alla regione di Lacq (95% del totale, ma in fase terminale di sfruttamento) e rappresenta solo il 2% del fabbisogno, pari a circa un miliardo di metri cubi. Nella Champagne la produzione si è già fermata e prospezioni sono in corso nell’Ariège (Pirenei). Nei Territori d’Oltremare sono state effettuate, senza risultati significativi, esplorazioni a sud di Saint-Pierre-et-Miquelon. Il gas di scisto non è sfruttato, perché nel 2020 il governo francese ha negato per ragioni ambientali i permessi di esplorazione.

L’estrazione del carbone è cessata nell’aprile 2004, quando è stato chiuso l’ultimo pozzo a Creutzwald (Mosella, Lorena). La produzione è ormai limitata ai prodotti di recupero nelle centrali termiche della Snet (Société nationale d’électricité et de thermique), ma sono attualmente in fase di studio tre progetti di miniere in Borgogna, nei Pirenei e nell’Alvernia, a vantaggio della società scozzese ATH Resources plc. Questi progetti hanno però suscitato la forte ostilità di una parte delle popolazioni locali e dunque il governo, nel 2020, ha respinto le richieste di sfruttamento.

Per quanto riguarda l’uranio, la chiusura dell’ultima miniera francese del Bernardan (Haute-Vienne, Limousin) risale al maggio 2001; la Francia, dunque, non ha più a disposizione risorse nazionali. Il minerale grezzo di uranio è importato essenzialmente da due paesi, Canada e Niger, ma anche dall’Australia, dal Kazakistan e dalla Namibia. Esplorazioni sono state avviate nel 1997 in Mongolia e nel 1999 in Madagascar. Lo stock accumulato con il processo di conversione, arricchimento e preparazione del combustibile corrisponde, tuttavia, a più di tre anni di consumi. Le energie rinnovabili, infine, sono essenzialmente nazionali, con l’eccezione dei biocarburanti, importati dalla Germania. Il parco idroelettrico francese non può più essere ampliato senza danneggiare gravemente l’ambiente. L’uso del legname incontra un limite nel fisiologico tasso di rinnovamento delle foreste.

Le forme più moderne di energie rinnovabili (biocarburanti, eolico e solare) hanno registrato una forte crescita negli ultimi cinque anni, ma ad oggi non sono in grado di sostituire gli idrocarburi, dato il loro limitato rendimento energetico, che li rendono una soluzione parziale.

3. Come tutti i grandi paesi consumatori, la Francia deve far fronte alla competizione energetica mondiale e al forte aumento della domanda. Per i numerosi Stati produttori, che sfruttano l’energia a fini politici, non si tratta di proteggere le aziende nazionali, ma di usare le energie fossili come mezzo di pressione sui paesi consumatori per spuntare i prezzi più elevati. Per ridurre il rischio energetico, la Francia si è recentemente avviata sulla strada della diversificazione: rilancio del nucleare, con la costruzione dei reattori di Flamanville (Normandia) e, forse, di Penly; ricorso al carbone «pulito»; sviluppo su vasta scala di energie rinnovabili (in particolare eolico e biocarburanti). La politica energetica francese contempla anche lo sfruttamento di fonti primarie nazionali ed europee e la riduzione dell’inquinamento, che ha un impatto sul clima. Per non dipendere da un unico partner, la Francia diversifica la sua offerta dal punto di vista geografico, firmando accordi con il maggior numero possibile di paesi fornitori nei settori del gas (Algeria, Egitto, Norvegia, Olanda e Russia) e dell’uranio. Parigi promuove inoltre la ricerca scientifica – il solo mezzo per garantire a lungo termine l’indipendenza energetica, attraverso la riduzione dei consumi o la creazione di nuove fonti – e partecipa a vari programmi europei per il risparmio energetico, come Motor Challenger Programme, che si propone di migliorare l’efficacia dei sistemi motorizzati delle aziende (aria compressa, ventilazione, pompaggio, refrigerazione).

Ferme restando queste premesse, la Francia prevede che verso il 2025 le energie fossili copriranno ancora l’80% dei consumi energetici mondiali. L’Istituto francese del petrolio (Ifp) considera una priorità la ricerca in questo settore, per consentire un uso più efficiente ed ecocompatibile del greggio, migliorando il rendimento energetico e sequestrando l’anidride carbonica, in modo da ridurre le emissioni di gas serra.

Per quanto riguarda il carbone, sono allo studio progetti tesi a costruire unità termiche che producano elettricità in quantità sufficiente in base a cicli di gassificazione, nei quali l’anidride carbonica sarebbe catturata per essere poi rimessa in circolo e infine stoccata nel sottosuolo. L’industria automobilistica francese sta sviluppando tecnologie basate su pile a combustibile, motori a combustione interna e veicoli ibridi, tendenti a ridurre le emissioni inquinanti dei trasporti. Nel settore dell’idrogeno il paese è invece in ritardo rispetto agli Stati Uniti: sarebbe auspicabile l’equivalente europeo della Freedom Car Initiative americana, per coordinare gli sforzi ed evitare una competizione che non favorirebbe sinergie miranti a costruire un mercato automobilistico europeo con poche emissioni inquinanti e meno dipendente dal petrolio importato.

Per quanto riguarda il nucleare, sebbene il reattore sperimentale a fusione Iter rimanga un progetto a lunghissimo termine (oltre il 2050), la Francia lavora a procedimenti di trasmutazione per il trattamento e il riciclo degli scarti e alla produzione di idrogeno integrato a nuovi cicli, onde conservare il proprio vantaggio non solo nel quadro delle centrali del tipo Epr, ma anche nei futuri progetti di centrali di quarta e quinta generazione. Nelle rinnovabili, infine, Parigi è soprattutto interessata alla valorizzazione del solare e delle biomasse, sia come combustibile per la produzione di elettricità, sia come carburante sotto forma di bioetanolo.

4. L’aumento dei prezzi delle energie fossili, in particolare gas e petrolio, dimostra che il mondo è entrato in un ciclo in cui l’energia sarà più cara e spesso poco accessibile, soprattutto per ragioni politiche. A ciò si aggiungerà, nei prossimi vent’anni, il concentrarsi in Medio Oriente dell’offerta energetica mondiale, per il progressivo esaurirsi delle grandi riserve presenti negli Stati membri dell’Ocse – in particolare Stati Uniti e Mare del Nord. Il Medio Oriente ospita il 63% delle riserve mondiali di petrolio e il 35% di quelle di gas oggi conosciute; in prospettiva tali quantità cresceranno, mentre il rischio geopolitico nella regione rimarrà molto elevato.

Questa situazione potrebbe comportare tre conseguenze per l’indipendenza energetica della Francia. Se i prezzi dell’energia raggiungeranno livelli particolarmente elevati, l’evoluzione delle riserve di idrocarburi e gli obblighi imposti dal cambiamento climatico determineranno anzitutto una ridefinizione delle alleanze internazionali e degli equilibri strategici. Inoltre, l’ingresso di nuovi attori sui mercati energetici mondiali obbligherà la Francia e i suoi partner comunitari a ridiscutere il loro modo di affrontare le questioni energetiche, che finora si è limitato alla creazione di mercati europei e di reti transeuropee. Infine, nei prossimi dieci anni Parigi dovrà, in un modo o nell’altro, ridurre la propria dipendenza dall’estero e limitare l’importazione di idrocarburi mediorientali. Il Medio Oriente non è però la sola incognita: l’instabilità potrebbe interessare anche il Sudamerica, l’Africa sub-sahariana e l’Asia centrale. Eppure, ad oggi l’Europa non è ancora riuscita a dotarsi di una politica energetica comune, in grado di ridurre la dipendenza dai rifornimenti esterni. I differenti approcci degli Stati europei all’energia – in particolare al nucleare, che per la Francia è fondamentale – spiegano perché una politica che rafforzi l’indipendenza energetica europea sia estremamente difficile da realizzare.

Coscienti della loro scarsa indipendenza energetica e dell’assenza di una soluzione europea, alcuni partner della Francia – in particolare gli Stati dell’Europa centrale – hanno sostenuto la formazione di un Consiglio di sicurezza energetica in seno alla Nato. Nella sua lettera del 24 febbraio 2006 indirizzata ai 32 capi di governo dell’Ue e della Nato, il primo ministro polacco aveva proposto la creazione di una «Nato dell’energia». Questa struttura avrebbe dovuto garantire l’approvvigionamento degli Stati membri in caso di crisi energetica provocata da difficoltà di rifornimento, catastrofi naturali o attacchi terroristici. La Polonia, che dipende dal gas russo per il 30% delle sue necessità, nel gennaio 2006 aveva pesantemente accusato l’interruzione delle esportazioni russe via Ucraina e sosteneva con forza questo progetto; la Francia, invece, era contraria. Numerosi ostacoli di carattere giuridico, economico e politico ne hanno infine determinato l’abbandono.

In caso di crisi geopolitiche, la Francia dispone di riserve strategiche. A partire dal 1988 ha optato per un sistema misto, frutto della legislazione precedente la guerra, della direttiva europea del 1968 e del Programma internazionale dell’energia stilato dall’Aie. Il sistema francese, ritoccato con la legge del 31 dicembre 1992, si pone l’obiettivo di mantenere in permanenza uno stock pari al 26% del consumo dell’anno precedente, o a 95 giorni. A ciò si aggiunge lo stoccaggio di una quota minima di prodotti finiti (essenze minerali, gasoli, olio combustibile di uso domestico e carbureattore), lo stock minimo corrisponde a 55 giorni di con­sumo. Questo sistema, in conclusione, impone che si conservino in permanenza circa 17 milioni di tonnellate dei diversi prodotti. In caso di crisi, il ministero dell’Industria assicura la ripartizione delle capacità di stoccaggio e di trasporto, per permettere alle diverse regioni di mantenere sempre uno stock di dieci giorni di consumo di benzina per i veicoli, quindici giorni di gasolio e di olio combustibile e una settimana di carbureattore. Il sistema francese entra in azione non appena si verifica un calo del 7% negli approvvigionamenti.

5. Attentati come quelli commessi in Iraq nel 2003 contribuiscono ad alimentare le speculazioni sull’entità di eventuali attacchi terroristici contro le infrastrutture petrolifere in Medio Oriente. Simili attacchi ridurrebbero le esportazioni di gas e greggio, ma avrebbero un impatto strategico rilevante solo in caso di interruzione durevole, con conseguente aumento del costo dell’energia e grave pregiudizio economico per i paesi occidentali. È questa la minaccia che prospetta regolarmente l’Iran in caso di attacco contro i suoi centri di ricerca nucleare.

Se le minacce agli oleodotti, ai terminali, alle raffinerie e alle petroliere hanno un significato, non bisogna tuttavia esagerarne l’importanza. La possibilità di infliggere danni durevoli e consistenti all’industria degli idrocarburi è attualmente una pura ipotesi. I possibili attentati, d’altronde, hanno un reale effetto destabilizzante e contribuiscono al rialzo dei prezzi dell’energia. I servizi di sicurezza e le forze di difesa hanno dunque un ruolo fondamentale nella protezione di queste infrastrutture e nel mantenimento dell’equilibrio dei mercati.

La maggioranza delle importazioni francesi di gas e petrolio avviene per via marittima; un quarto dell’attività delle forze navali francesi è pertanto volto a rendere sicure le rotte di interesse strategico. Tra gli stretti di Ormuz e di Bāb al-Mandab , dispositivi permanenti assicurano una presenza dissuasiva sulla principale arteria petrolifera del mondo. Queste operazioni si realizzano con la cooperazione degli Stati del Golfo (Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi Uniti, Kuwait) e con esercitazioni militari bilaterali. Esistono anche accordi di difesa con alcuni di questi paesi (Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar). La Francia ha stabilito inoltre una cooperazione con l’Egitto, paese nel quale passa l’oleodotto Sumed, che ogni anno trasporta una quantità di greggio equivalente a 1,3 volte la domanda francese. Tale cooperazione si attua mediante l’esercitazione navale bilaterale Cleopatra e l’esercitazione Bright Star, con la partecipazione degli Stati Uniti. Parimenti essenziale per la sicurezza delle rotte degli idrocarburi è la presenza di forze di difesa a Gibuti, nel dipartimento di Riunione e nella Collettività territoriale di Mayotte, luoghi dai quali si possono sorvegliare le rotte strategiche dell’Oceano Indiano.

Al largo del Golfo di Guinea, le forze militari francesi – dispiegate durante le operazioni Corymbe e Licorne – effettuano missioni di fronte ai paesi rivieraschi e alle installazioni petrolifere offshore. Il preposizionamento dei servizi d’informazione e dei mezzi di reazione rapida a Dakar, nel Gabon, nel Ciad e in Costa d’Avorio permette inoltre di garantire la sicurezza delle rotte marittime necessarie all’esportazione delle risorse energetiche nel Golfo di Guinea e in Ciad. La Francia supporta poi le forze di difesa di alcuni paesi produttori, formando ad esempio i quadri militari algerini. Operazioni navali interalleate, anche con gli Stati Uniti, si svolgono regolarmente nell’Oceano Indiano. In Francia, infine, le forze militari francesi sorvegliano i grandi terminali di idrocarburi di Le Havre, Dunkerque e Fos e le raffinerie e gli oleodotti strategici della Nato che passano sul territorio nazionale.

Nessuno Stato sviluppato è oggi completamente indipendente dal punto di vista energetico, sia perché non possiede sufficienti riserve naturali, sia perché non padroneggia tutte le tecnologie che gli permetterebbero di far fronte ai propri bisogni energetici. È invece l’interdipendenza a regolare sempre più i rapporti tra consumatori e produttori di energia e la Francia non sfugge a questo fenomeno.

A causa delle persistenti tensioni geopolitiche nelle grandi regioni produttrici, che nel prossimo ventennio dovrebbero continuare ad assicurare circa il 70% dell’offerta mondiale di idrocarburi, il livello d’indipendenza energetica che la Francia è riuscita a preservare a partire dagli anni Ottanta potrebbe rivelarsi insufficiente. Per limitare l’impatto di eventuali crisi, la Francia deve ridurre a lungo termine la propria dipendenza dall’estero, diversificando l’offerta e riducendo la domanda.

Francia: il rilancio dell’economia
passa per spesa pubblica e fisco

Tasse sulle imprese e sul lavoro più basse, e meno esenzioni Iva. Questa la ricetta indicata dall’Ocse nell’ultimo Rapporto

L’economia d’Oltralpe gode di un’ottima salute. Alti livelli di produttività e di standard di vita, una crescita che, sebbene sia poco più debole della media dell’eurozona, rimane costante. Anche il mercato del lavoro, nonostante il permanere di un alto livello di disoccupazione, mostra netti segnali di ripresa.
L’Ocse offre un quadro abbastanza roseo della società e dell’economia francese, puntando soprattutto il dito contro l’eccessiva spesa pubblica e l’elevata pressione fiscale. La Francia vanta la più alta spesa pubblica dei Paesi Ocse: gli ultimi dati, risalenti al 2020, “parlano” di un livello pari al 56.4% del Prodotto interno lordo. Il report raccomanda al governo di Parigi di sviluppare una strategia a lungo termine per ridurre la spesa pubblica e la pressione fiscale, rilanciando l’economia e l’attività di impresa. Tagli alle tasse sul lavoro e sulle imprese sono quindi la principali priorità in Francia, secondo l’Economic Survey.

La tassazione elevata incide sullo sviluppo
L’elevato livello di tassazione esistente, infatti, sottolinea il report, rappresenta l’ostacolo principale allo sviluppo economico, perché limita pesantemente gli investimenti da parte delle imprese e favorisce il sommerso. Il cuneo fiscale, in particolare, è elevato: circa un terzo delle entrate tributarie proviene dalle tasse sul lavoro.
Nel mirino dell’Ocse anche l’eccessiva complessità e frammentazione del sistema fiscale. L’indice viene puntato soprattutto sul numero elevato di imposte: basti pensare che le imprese sono soggette a 233 differenti balzelli. Sarebbe auspicabile, evidenzia lo studio, ridurre la tassazione sui redditi d’impresa e rivedere anche l’effettiva utilità del credito d’imposta per sviluppo e ricerca.

Iva e imposte sui redditi “deboli”
Il report offre anche una panoramica delle principali imposte vigenti in Francia, fornendo indicazioni al governo parigino su come gestirle in modo più efficiente.
Le entrate provenienti dalla tassazione dei redditi individuali rappresentano una minima fetta dell’incasso totale e sono ben al di sotto della media Ocse. Stesso discorso per gli introiti derivanti dalle tasse ambientali, molto più bassi rispetto agli standard internazionali. L’Ocse raccomanda fortemente a Parigi di incrementare le tasse sull’emissione di sostanze inquinanti. In questo settore, almeno sulla carta, le intenzioni sono quelle di seguire l’orientamento dell’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo: il nuovo governo ha preannunciato, infatti, che interverrà nella tassazione di diesel e petrolio. Infine, evidenzia il report, anche il sistema Iva necessita di profondi cambiamenti: gli incassi dall’imposta sul valore aggiunto sono ancora modesti, perché esistono troppe esenzioni e aliquote agevolate, che andrebbero sfoltite.

Il futuro, almeno sulla carta
Incassa il giudizio positivo dell’Ocse il programma di politica fiscale presentato dal nuovo Governo di Parigi. Secondo le intenzioni dell’Eliseo, sarà eliminata la taxe d’habitation per l’80% dei proprietari di case; verrà ridotto l’impatto dell’Impot sur la fortune, mentre sui redditi da capitale sarà introdotta una flat tax del 30%. A conquistare il plauso dell’Ocse sono soprattutto gli interventi, per il momento soltanto sulla carta, a sostegno di imprese e occupazione, tra cui la riduzione dell’imposta sul reddito societario, che dovrebbe passare dal 33.33 al 25%. Il Governo ha anche in agenda una revisione delle agevolazioni fiscali attualmente esistenti per incentivare l’occupazione, con l’obiettivo di renderle più efficienti.

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