La Francia rallenta la sua corsa con la Germania

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L’auto rallenta in Europa.

A febbraio il mercato europeo dell’auto continua a crescere ma rallenta la sua corsa segnando un incremento del 2,1% contro il 10,1% registrato a gennaio. Fra i motivi, un giorno lavorativo in meno. Stando ai dati diffusi dall’associazione dei produttori Acea, nel secondo mese dell’anno sono state immatricolate 1.114.443 vetture nei Paesi dell’Unione europea e dell’Efta (Islanda, Norvegia e Svizzera) per un totale di 2.317.717 targhe dall’inizio del 2020 equivalenti a una maggiorazione del 6,1% rispetto allo stesso periodo del 2020.

Francia la più penalizzata

Guardando nel dettaglio, i Paesi che perdono più immatricolazioni sono la Francia che cede il 2,9%, la Germania con un -2,6% e la Gran Bretagna che perde lo 0,3%. Mentre Spagna e Italia salgono rispettivamente dello 0,2% e del 6,2%.

I marchi che scendono.

Tra i costruttori mantiene la prima posizione il gruppo Volkswagen che registra comunque una flessione del 1,5%. Rallenta la Hyundai, che rispetto al mese scorso alza l’asticella solo dello 0,7%, e chiudono al ribasso Psa -3,1%, Opel con un -1,5%, Ford -2,3%, Honda -9,2%, Mazda -9,9% e Mitsubishi -18,4%.

. e quelli che salgono

Crescono seppur di poco invece Daimler e Bmw dello 0,6%, meglio Renault con un +7,2%, Jaguar-Land Rover +1,3%, Toyota +19,5%, Nissan +3%, Kia +11% e Suzuki con un inaspettato +32,4%.

Segno più anche per le italiane

Bene Fca, che ottiene un incremento dell’8,7% e una quota in rialzo dal 7,4% al 7,9% grazie al buon andamento della Fiat (+8,3%), sostenuta dal successo di Panda e 500 che restano le city car più richieste nel Vecchio Continente, e l’exploit dell’Alfa Romeo con un +23,5% spinta nelle vendite dalla Giulia.

La pelletteria italiana rallenta la sua corsa all’estero

Aimpes, attraverso il suo presidente Riccardo Braccialini (nella foto), ha reso noti i dati relativi al consuntivo 2020 e al primo trimestre 2020. Nel 2020 il settore ha beneficiato ancora della spinta generata dal fatturato estero (6,5 miliardi il valore complessivo delle merci esportate) chiudendo l’anno con un incremento del 6% in valore e del 3% in quantità, e facendo registrare un saldo attivo della bilancia commerciale di 3,9 miliardi. La frenata del lusso che si è verificata però a fine anno trova conferma nell’andamento delle esportazioni nei primi tre mesi del 2020: il fatturato estero, attestatosi a 1,6 miliardi, registra infatti una lievissima flessione dello 0,05%. In particolare, i prodotti in pelle arretrano del 3,3% e le borse per donna dell’1,7%. I prodotti realizzati in sintetico vedono invece nel complesso una fase espansiva del fatturato (+12%) che risulta particolarmente significativa per la piccola pelletteria (+22%).

Sul fronte dei mercati, gli Stati Uniti hanno visto diminuire il fatturato del settore cedendo quasi l’11% sul 2020, pur aumentando il volume degli acquisti dall’Italia (+2,2%), a significare che rimane ben saldo l’interesse del consumatore americano verso l’offerta di pelletteria italiana di alta qualità e di design. Nel primo trimestre del 2020, il fatturato export negli Usa ha raggiunto 133 milioni, ponendosi al quarto posto tra i mercati di maggiore rilevanza per il settore. Un primo trimestre confortante per le vendite in Giappone per il quale l’Italia è il secondo paese fornitore: le vendite crescono in valore (e in modo analogo in volume) di quasi il 13% nel periodo considerato, attestandosi oltre i 122 milioni di euro. Il mix di export verso questo mercato evidenzia una forte componente di prodotti di fascia alta e lusso, con un prezzo medio superiore ai 200 euro, cresciuto del 10% sul 2020.

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La Cina mostra una flessione importante del fatturato (-15%) che mette in risalto, in questo caso, la tendenza ad acquistare in modo più contenuto il lusso e i prodotti dei brand: i volumi esportati infatti aumentano dell’11%. Gli acquisti cinesi dall’Italia si posizionano quindi, mediamente, su una fascia di mercato meno alta, anche se si assiste sempre più al fenomeno, che qualcuno ha definito di delocalizzazione al contrario, di griffe cinesi che affidano la realizzazione di prodotti di alta gamma a laboratori specializzati italiani. Hong Kong si conferma quarto mercato di sbocco per la pelletteria italiana con quasi 148 milioni di fatturato, una crescita del 6% e una sostanziale stabilità nei volumi esportati (-0,6%). In Europa crescono le vendita in Germania (+15%), Spagna (+7,6%) e Francia (+5,2%), mentre arretra il mercato del Regno Unito (-61%) che è stato sempre in positivo negli ultimi tre anni. Stabile, dopo due anni di forte arretramento, il fatturato nella Federazione Russa (-0,1%), più accentuato il calo dei volumi (-3,6%).

La Germania rallenta e mette a rischio l’Europa

La locomotiva d’Europa rallenta la sua corsa: per la Merkel l’austerity è un boomerang

La prova più recente che le cose stanno andando più male del previsto arriva da Daimler. La casa automobilistica tedesca, infatti, ha comunicato pochi giorni fa di dover rivedere le previsioni per il 2020. Il primo trimestre dell’anno per il quarter generale di Stoccarda si è chiuso con numeri negativi più bassi anche dei forecast più pessimisti. Per Daimler, infatti, i profitti netti sono calati del 60% (a quota 564 milioni di euro) e i profitti lordi hanno segnato -56% (917 milioni). Il giro d’affari, infine, ha toccato -3%, pari a 5,1 miliardi di euro.

L’azienda tedesca non è sola in un mercato automobilistico in affanno. Complessivamente, le vendite di vetture sono calate del 9,8% nel primo trimestre, secondo l’associazione europea dei produttori automobilistici che ha definito il 2020 il peggior inizio d’anno da quando ha cominciato a raccogliere dati nel 1990. A marzo, le vendite in Germania sono state fortemente negative con 17,1% e anche il segmento luxury, a cui marchi come Mercedes-Benz appartengono, ha perso quella che sembrava una sorta di immunità all’andamento economico e ha registrato una contrazione.

Il rallentamento dell’economia tedesca è stato preceduto da un inarrestatibile declino della produzione industriale, ha fatto notare Carl B. Weinberg, capo economista del gruppo di analisi economica e finanziaria High Frequency Economics : “L’Unione Europea ha fatto dell’Europa un’economia molto più coesa, che va bene quando le cose vanno bene, ma quando le cose vanno male, il moltiplicatore è molto forte in senso negativo. Se arriva la bassa marea, cioè, tutte le navi si arenano”. Un contributo alla situazione è dato senza dubbio dal rallentamento della domanda da parte della Cina e di altri mercati verso cui la Germania storicamente esporta auto, prodotti di consumo, sofisticate macchine e robot industriali e attrezzature da costruzione.

Il feeling, se mai servisse un’ulteriore conferma, è negativo. Lo certifica l’analisi di Ifo, la think tank di Monaco che tiene il polso della fiducia degli imprenditori: l’indice è passato da 106,7 di marzo a 104,4 di aprile. Se dovesse verificarsi ancora un trimestre consecutivo di contrazione, dunque, la Germania sarà considerata ufficialmente in recessione e lo stesso potrà dirsi per Belgio, Francia, Lussemburgo, Austria e, addirittura Svezia e Finlandia. L’Olanda, intanto, ha già sofferto due trimestri con il Pil in calo. E se la Germania dovesse entrare in recessione, è molto probabile che trascinerà con sè molti altri mercati, anche fuori dall’Eurozona. La Germania e gli altri 26 Paesi dell’Unione, infatti, rappresentano la seconda economia mondiale e il primo partner commerciale degli Stati Uniti. Ulteriori rallentamenti nella ripresa dell’Eurozona, dunque, avranno un impatto preoccupante sul resto del mondo.

Pochi giorni fa, durante un intervento all’Università di Francoforte, George Soros aveva puntato il dito contro la politica dell’austerity della Germania e il suo ruolo nel peggioramento della crisi che ha investito l’Europa. Ma le cose, ha anticipato il finanziere americano, sono destinate a una svolta negativa dopo l’estate quando, a fine settembre, si terranno le nuove elezioni politiche. “La politica monetaria perseguita dell’Eurozona non tiene il passo con quelle delle principali valute mondiali. Anche la Banca del Giappone, recentemente, si è convertita alla svalutazione della moneta”.

La Germania, invece, è andata “troppo lontano” nel sostenere l’austerità, aggravando la situazione degli altri Paesi europei che non risparmiano critiche alla “severa intransigenza” del suo Cancelliere. Addirittura, anche Jürgen Habermas, uno fra i più influenti pensatori della Germania, in un discorso alla belga Leuven University ha accusato apertamente il suo Paese: “La Germania possiede le chiavi del destino dell’Europa, ma sa anche troppo bene quanto uno stato semi-egemonico possa scivolare nel conflitto”. Da qui l’appello a una maggiore solidarietà all’interno dell’Europa, verso cui la Germania ha un obbligo normativo e l’invito ai Paesi dell’Unione ad “accettare una redistribuzione nel medio e lungo termine nell’interesse collettivo di lungo periodo”.

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