La Francia vorrebbe un Euro più svalutato

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La Francia vorrebbe un Euro più svalutato

Dopo l’ammissione che il governo non riuscirà a centrare gli obiettivi di bilancio nel 2020 e dopo aver dimezzato le stime sulla crescita economica, il ministro delle Finanze francese ha lanciato un appello a Draghi, perché faccia tutto il possibile per rilanciare una ripresa ormai troppo lontana.

La Bce ha già assicurato che riverserà nel settore bancario dell’area euro un’ altra ondata di liquidità a tassi vantaggiosi per un totale di 400 miliardi di euro. L’intento rimane quello di spingere le banche a prestare denaro alle piccole imprese e famiglie.

Intanto i dati troppo deludenti di Francia e Germania mettono Draghi in una posizione molto scomoda. Ad oggi due terzi del blocco a 18 è in recessione, sul margine di una recessione o ha in ogni caso subito una contrazione nel secondo trimestre. Non è più possibile a questo punto parlare di ripresa.

Draghi deve fare di più e passare a un quantitative easing all’europea, quindi acquistare bond governativi e altri titoli per sostenere le attività. E lo stesso Draghi non ha escluso questa soluzione.

Anche se più volte ha fatto capire ai governi maggiormente in difficoltà che il cambiamento di direzione per uscire per sempre dalla crisi è quella di effettuare riforme strutturali per rilanciare la crescita e gli investitmenti. E questa, purtroppo, non è sicuramente un’area in cui Francia e Italia eccellono.

Tag: Europa

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Lo dice anche la Francia “Se esce dall’euro l’Italia non rischia nulla”

Lo studio: il Paese sarebbe più competitivo e la nuova lira si rivaluterebbe dell’1%

Anche a Parigi si pensa all’Eurexit. Non si tratta, però, di uno slogan elettorale di Marine Le Pen, ma di un’elaborazione di un autorevole centro di ricerca economico transalpino, l’Ofce che è stato presieduto per vent’anni dall’economista Jean-Paul Fitoussi. Insomma, Mediobanca Securities non è stata la sola in Europa a esercitarsi sul cosiddetto breakup, cioè lo «spezzatino» dell’unione monetaria. Il report della divisione Trading del «salotto buono» della finanza, pubblicato dal Giornale, ha svelato come il dibattito sia condotto nelle sedi istituzionali più importanti. Tant’è vero che uno dei due autori della pubblicazione dell’Ofce, Sébastien Villemot, collabora con Sciences Po, la prestigiosa università francese guidata dall’europeista Enrico Letta.

Lo studio, curato da Villemot e dal collega Cédric Durand della Sorbona, ipotizza due scenari: l’uscita dall’euro di un singolo Paese o la rottura totale e contemporanea dell’unione. Partiamo dalle conclusioni, che sono molto interessanti, e risaliamo successivamente alle premesse. Sulla base dei dati relativi alla natura del debito pubblico e di quello privato alla fine di settembre 2020, la fine dell’euro comporterebbe una sostanziale stabilità rispetto alla moneta unica per una eventuale nuova lira (che si rivaluterebbe di circa l’1% sull’euro). Tale considerazione proviene dal fatto che il debito pubblico emesso in altre giurisdizioni e valute si attesta a circa il 5% del Pil e dunque non rappresenta un problema irrisolvibile. In caso di Italexit, infatti, quei titoli o quei finanziamenti non potrebbero essere ridenominati in nuove lire e potrebbero appesantire il conto. Ma, come si è visto, la loro incidenza non è problematica. In secondo luogo, la posizione netta dell’Italia (attivi-passivi) è positiva. Grazie alla forza di famiglie e imprese la nazione produce ed è perciò creditrice in misura maggiore rispetto a quello che è il suo sbilancio. Il saldo è infatti positivo per circa il 30% del Pil.

Ecco perché l’Italia avrebbe da temere per la fine dell’euro meno di Germania, Francia e Spagna. La prima dovrebbe sopportare una rivalutazione del 14% che la renderebbe meno competitiva, mentre le seconde soffrirebbero una svalutazione dell’11% circa sull’euro. Premesso che si tratta di simulazioni che non tengono conto del peso dei derivati finanziari presenti sul mercato, non si può tuttavia non sottolineare come, secondo Villemot e Durand, l’uscita dall’euro per l’Italia sarebbe a «rischio zero» in virtù anche di un’incidenza tollerabile dei debiti delle istituzioni finanziarie e non finanziarie espressi in valuta estera (30% e 8% del Pil). Basti pensare che per il piccolo Lussemburgo questi due parametri raggiungono il 742 e il 1.125% del Pil.

Insomma, senza euro l’Italia sarebbe più competitiva nell’export con la concorrenza tedesca. Certo, l’ambiente sarebbe un po’ differente perché si troverebbe circondata anche da Paesi in forte difficoltà come Grecia, Portogallo e Lussemburgo (forse pure la Finlandia) che sarebbero costretti al default per l’improvvisa insostenibilità del debito.

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