La nuova sfida dell’Europa

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La nuova redistribuzione della ricchezza è la sfida dell’Europa

In Europa ci vuole una visione più improntata all’equità generale o l’attuale modello sarà spazzato via dalla protesta delle piazze

Il contenuto è alto, solenne, speranzoso. L’appello sottoscritto dai cinque Senatori a vita della Repubblica (Elena Cattaneo, Mario Monti, Renzo Piano, Carlo Rubbia, Liliana Segre) è un inno all’Europa unita. Alla sua importanza. Alla sua rilevanza strategica per competere, nel Villagio Globale, con gli altri grandi giocatori mondiali: gli Stati Uniti d’America, la Russia e la Cina.

Il manifesto affronta vari temi correlati ai percorsi professionali dei singoli Senatori a vita, nell’ambito di una visione europea.

Elena Cattaneo sottolinea l’importanza di una Europa unita per la costruzione di progetti di ricerca inimmaginabili per un singolo gruppo nell’ambito di un singolo stato, sia per entità sia per rischi. “Come ricercatori di fronte alla fascinazione di nuove spinte isolazioniste non possiamo che mostrare l’evidenza dei pericoli che aprirebbe un tale scenario. Primi fra tutti l’irrilevanza scientifica e la limitazione culturale di auto-confinare la nostra attività all’angusto spazio del singolo stato-nazione”.

Mario Monti evidenzia la sua visione dall’angolo dell’economia: “Le regole europee frenano gli abusi di potere, anche da parte di chi governa. Invocano la sovranità e la nazione ma, opponendosi ad una Europa più forte, rischiano di rendere i nostri paesi vassalli di potenze autoritarie extra europee”.

Renzo Piano paragona la costruzione dell’Europa alla costruzione di una casa o di una città: un divenire lento ma continuo, pietra dopo pietra, con pazienza e molta costanza. “E quando una pietra non è appoggiata bene, la si aggiusta, non si sospendono i lavori, tanto meno si butta giù il muro”.

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L’Europa unita è un cambiamento necessario e tutti i cambiamenti richiedono energia, fiducia e un po’ di ottimismo: “Difendiamo questa grande casa comune che è l’Europa”.

Anche Carlo Rubbia affronta l’argomento dall’angolo della ricerca scientifica “La ricerca aiuta il genere umano non solo per aumentare la nostra capacità di comprendere il mondo che ci circonda, ma anche per migliorare le nostre condizioni materiali, la vita sociale e il benessere”.

Siamo di fronte ad una grande trasformazione verso una economia promossa dalla conoscenza di cui le scoperte scientifiche sono il motore. L’internazionalizzazione delle scienza è quindi l’unico elemento fondamentale per il nostro progresso.

Liliana Segre infine concentra il suo appello, come testimone delle tragedie del ‘900, nel far sì che non si ripetano. Vi è la necessità di uno spazio comune europeo di persone che si riconoscono uguali in dignità e diritti: “Niente unisce di più di un nemico comune: modello di riferimento cui dobbiamo opporci con forza. Assecondare odi e paure è il metodo più rapido per cambiare l’Europa, rendendola peggiore”.

Il sesto Senatore a vita, l’ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano è l’unico che nel suo breve commento di partecipazione all’appello istituzionale da lui non sottoscritto, ha evidenziato il punto, a nostro avviso cruciale, della questione. L’Europa unita deve garantire crescita economica ma soprattutto “Progresso sociale e civile”.

Il tema di una più equa politica redistributiva del reddito in tutti gli stati membri dell’Unione Europea, costituisce la più importante ed efficace risposta alle istanze velleitarie dei movimenti populisti e sovranisti. Anche Bruxelles in questi ultimi anni si è dimenticata delle “periferie”, del calo impressionante e non accettabile della capacità di acquisto delle classi medie e medio-alte. Della inaccettabile realtà di un sistema economico che ha arricchito sempre di più i ricchi e impoverito ancora di più i sempre più numerosi poveri.

L’assenza nell’appello dei cinque Senatori a vita di questo “titolo” nell’agenda dei lavori o dei valori della nuova Europa che si svilupperà, speriamo, dopo le elezioni di fine mese, è un segnale evidente e pericoloso. Una non consapevolezza piena, anche da parte della migliore classe dirigente del nostro paese, di quella che a nostro avviso è la vera fragilità del nostro modello capitalistico. O si inizia a modificarlo dal di dentro con una visione più improntata all’equità generale che non all’arricchimento personale, o l’attuale modello sarà spazzato via dalla protesta delle piazze animate da coloro che non ce la fanno più e si lasciano guidare dalla propaganda mistificatoria di chi cavalca la tigre del malessere.

Oggi il bilancio dell’Unione Europa dedicato a progetti sociali e povertà è dello 0,3% della spesa sociale complessiva dell’Unione Europea.

Fare più insieme – ha scritto Lucrezia Reichlin sul Corriere della Sera – avrebbe il vantaggio di mettere in comune esperienze nuove sulla formazione continua, la riqualificazione dei lavoratori in relazione alle nuove tecnologie, ma anche facilitare ancor più un vero mercato del lavoro comune che incoraggi, insieme a politiche di investimento e ad uno sviluppo di un mercato dei capitali europeo, la convergenza sulle condizioni di vita. Questo potrebbe essere una grande opportunità perché renderebbe possibile condividere le esperienze più avanzate e proteggere soprattutto i paesi in cui il lavoro è più fragile”.

La Reichlin ha concluso il suo contributo sul quotidiano milanese proprio sul punto nodale della questione: “L’Europa è la maggior garanzia contro il dumping sociale. La tradizione europea, i valori su cui l’Unione si fonda parlano in questo senso, ma un cambiamento è oggi necessario. Renderla più solidale e inclusiva necessariamente significa approfondire, non ridurre il progetto federale e soprattutto smetterla di vederla come qualcosa di diverso da noi, che non ci appartiene. L’Europa siano noi”.

Riccardo Rossotto

La sfida dell’Europa: essere equi, per essere sostenibili

Disuguaglianze, povertà, precarietà, disoccupazione: importanti sfide sociali che, nei giorni in cui l’attenzione è catalizzata dal green deal, l’Europa non può mancare di considerare. Una strategia europea di sviluppo che sia davvero sostenibile deve, infatti, essere forte sul fronte della giustizia sociale. Lo ricorda Gianluca Salvatori, Segretario Generale di Fondazione Italia Sociale, tra le pagine di Corriere Buone Notizie

In Europa non tutto è green deal. Certo, cambiamento climatico e sfide ambientali ci impongono di ripensare a come consumiamo, viaggiamo, lavoriamo. E inevitabilmente l’economia europea deve adattarsi al nuovo scenario, gestendo la complicata transizione verso l’obiettivo dichiarato di diventare entro il 2050 il primo continente climate-neutral. Difficile però dimenticare dove ci ha portato una visione dello sviluppo debole sul fronte della giustizia sociale.

Già a Lisbona, venti anni fa, capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione avevano solennemente proclamato
che saremmo diventati la più competitiva e dinamica economia della conoscenza entro il 2020. Non è andata come si sperava.
A due decenni di distanza il tema centrale oggi è quello della divaricazione sociale. Le minacce alla coesione affliggono la maggior parte delle società europee, in misura diversa ma comunque allarmante. La diversità a lungo rivendicata dall’Europa rispetto ad altri modelli di crescita, radicata in lungimiranti politiche sociali e in un welfare invidiato, è stata scossa nel profondo.

Le conseguenze si misurano in termini di insoddisfazione cronica e protesta sfiduciata, che hanno colpito tanto i governi nazionali quanto le istituzioni europee. Accanto alle altisonanti dichiarazioni sulla riconversione ecologica della nostra economia i vertici UE, consapevoli di non essere mai stati poco amati come in questo periodo, stavolta hanno riservato un’attenzione più meditata ai problemi della coesione sociale del continente.

Benché in pochi se ne siano accorti, almeno in Italia, Ursula von der Leyen ha accompagnato la presentazione del green deal con una seconda comunicazione. Il titolo parla da solo:
Una forte Europa sociale per una transizione equa.
È un testo che prende atto di come le sfide demografiche, i rischi di esclusione sociale, l’erosione dei sistemi di protezione, la precarizzazione
del mondo del lavoro, siano gli elementi di un quadro che impone di agire con criteri diversi dal business as usual.

Ciascuno di questi temi richiede strategie e interventi che non possono semplicemente replicare le soluzioni del passato, neppure
quelle di successo. La cospicua dotazione finanziaria per il patto europeo sulla crescita verde ha monopolizzato l’attenzione dei
commentatori.

Ma sarebbe un errore lasciar scivolare in secondo piano l’ambizione delle istituzioni europee di fondare la nuova strategia di sviluppo sulla consapevolezza delle implicazioni sociali della transizione. Tanto più che in tutti gli strumenti della futura programmazione comunitaria questa priorità è centrale.

Nel programma europeo per il 2021-2027, ora in fase di discussione, sia i fondi strutturali sia le risorse comunitarie per investimenti
assegnano un ruolo molto più importante che nel passato al consolidamento e allo sviluppo dell’economia sociale e, più in generale,
alle misure che favoriscono inclusione e coesione sociale.

Non è più un’attenzione distratta o marginale. Il «pilastro sociale» è parte integrante della strategia di rafforzamento della competitività.
Nelle aree più sviluppate e in quelle in ritardo.
La concretezza di questo impegno emerge dalla creazione di una «finestra sociale» nel Fondo unico per gli investimenti (InvestEu), che riprende e amplia l’esperienza del Piano Juncker, e dall’aggregazione all’interno del nuovo Fondo sociale europeo (Fse+) di una serie di strumenti per l’attuazione dei diritti sociali, prima frammentati e oltremodo complicati.

Le cifre sono ancora oggetto di negoziazione, ma si prevedono comunque superiori rispetto al periodo 2020.
Si tratti di investimenti o di contributi a fondo perduto, di strumenti a gestione diretta UE o a gestione indiretta, questa nuova strumentazione ruota attorno a due capisaldi: una semplificazione degli interventi, tramite accorpamento di misure e fondi, e un maggiore spazio alle diverse forme di economia sociale.

Ovvero alle forme di impresa che perseguono obiettivi di massimizzazione dell’utilità sociale, e che creano occupazione dignitosa mentre agiscono con finalità civiche e solidaristiche.

Si tratta di scelte importanti,ma perché siano anche efficaci devono calarsi nelle programmazioni nazionali.
L’Italia deve ancora definire i propri programmi. C’è spazio dunque per recepire questi nuovi orientamenti. Traducendoli in iniziative
in grado di superare la frammentazione e la mancanza di visione d’insieme, ostacolo più impervio a un utilizzo efficace delle risorse.
Il tempo non è molto e l’occasione non va persa. Per riuscirci governo e Terzo settore sono però chiamati a cambiare passo.

Segretario Generale Fondazione Italia Sociale

LA NUOVA SFIDA DELL’EUROPA È IL GREEN DEAL. L’ITALIA C’È

Il Green Deal, la svolta verde dell’Europa, detterà i tempi e i modi della Politica Agricola Comunitaria e impatterà rapidamente sulle pratiche colturali e sugli stessi bilanci delle aziende ortofrutticole del nostro Paese. A Bruxelles le scelte in materia ambientale sono destinate a prevalere sugli obiettivi strettamente legati all’organizzazione e alla produzione del settore che rappresenta la voce prevalente del bilancio comunitario, l’agricoltura appunto. L’Italia ortofrutticola è virtuosa, nel rispetto della salute e dell’ambiente, ma lo deve far sapere con un messaggio forte e chiaro a un consumatore che a volte, ingiustamente, ha l’idea distorta che l’agricoltura inquini quando è invece un baluardo per la difesa dell’ambiente naturale.

Questa la sottolineatura emersa a Fruit Logistica, durante il confronto promosso da CSO Italy tra l’europarlamentare Paolo De Castro e il direttore generale delle Politiche internazionali del MIPAAF, Felice Assenza, da una parte e le rappresentanze italiane del settore dall’altra.

De Castro è stato chiaro. L’agenda del Green Deal sarà fissata nella riunione della Commissione Europea del 31 marzo prossimo e sarà poi tema di discussione nella Commissione Ambiente finendo per condizionare le scelte della Commissione Agricoltura in tema di PAC. Sarà sicuramente premiata l’agricoltura rispettosa dell’ambiente, un tema in cui l’Italia non è seconda a nessuno. Peccato che non lo si sappia. “Abbiamo ridotto come nessun altro in Europa l’uso di fitofarmaci – ha sottolineato De Castro – sia in quantità sia per numero di principi attivi. In alcuni casi l’uso di fitofarmaci è stato abbattuto del 60 e anche del 70%”. “Siamo già virtuosi – ha precisato – ma l’opinione pubblica non lo sa. Da qui la necessità di lanciare una strategia di comunicazione che evidenzi con chiarezza dove siamo e dove stiamo andando”.

Felice Assenza ha affermato la necessità di ribadire la centralità dell’azienda agricola nella PAC, in armonia con un Green Deal “che non possiamo evitare”.

“Ci sarà richiesto – ha sottolineato – un ulteriore impegno a difesa dell’ambiente, ma a fronte di questo non potremo accettare che la PAC arretri di un solo centesimo di euro”. Due gli altri punti evidenziati dall’alto dirigente ministeriale: il tavolo ortofrutticolo (convocato per il 25 febbraio prossimo) come “elemento propositivo e non come momento di doglianze”; la riqualificazione infrastrutturale al servizio di un settore che lavora con produzioni deperibili.

Paolo Bruni, presidente di CSO Italy, con l’europarlamentare Paolo De Castro

L’incontro è stato introdotto dal presidente di CSO Italy Paolo Bruni. Sono intervenuti Davide Vernocchi, coordinatore Ortofrutta dell’Alleanza delle Cooperative Italiane, Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, Fabio Massimo Pallottini, presidente di Italmercati, Felice Poli, presidente facente funzioni di UNAPROA, Alessandro Dalpiaz, direttore di Assomela. Convergenza sugli obiettivi: promuovere un’ulteriore aggregazione produttiva, guardando a quanto già successo per alcuni prodotti come mele, pere e kiwi, spingendo le OP verso una nuova dimensione, anche transnazionale; difendere le produzioni dalle nuove fitopatie arrecate dai parassiti alieni portati dalla globalizzazione con una chimica sana e puntuale; affrontare le sfide della logistica in un ragionamento di sistema che coinvolga anche le piattaforme dei Mercati; aprire i nuovi mercati esteri lanciando messaggi che presentino l’Italia ortofrutticola in maniera omogenea.

Un altro contributo di qualità offerto alla riflessione del settore da una eccezionale piattaforma di idee come è stato a Fruit Logistica lo spazio “Italy – The Beauty of Quality”.

Nella foto di apertura: Fabio Massimo Pallottini, presidente di Italmercati, Marco Salvi, presidente di Fruitimprese, l’europarlamentare Paolo De Castro, Paolo Bruni, presidente di CSO Italy, Felice Assenza, direttore generale delle Politiche internazionali del MIPAAF, Davide Vernocchi, coordinatore Ortofrutta dell’Alleanza delle Cooperative Italiane e Felice Poli, presidente facente funzioni di UNAPROA

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