La soluzione dell’Eurozona nella doppia valuta

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Stiglitz shock: Italia potrebbe gestire una “doppia valuta”

Il premio Nobel per l’economia, Joseph Stiglitz, è tornato ad occuparsi del problema della sostenibilità dell’euro, evocando lo scenario di una doppia circolazione monetaria in Italia. Questa volta il riferimento al nostro paese è diretto sin dalle prime righe dell’intervento, comparso su Project Syndacate.

“L’Italia, la terza più grande economia della zona euro, ha scelto ciò che può essere definito, quantomeno, come un governo euroscettico. Questo non dovrebbe sorprendere nessuno. Il contraccolpo in Italia è un altro prevedibile (e previsto) episodio della lunga saga di un accordo valutario mal progettato, in cui la potenza dominante, la Germania, impedisce le necessarie riforme e insiste su politiche che esacerbano i problemi”.

Ma l’euro non sembra sconveniente solo per l’Italia, ma per il complesso dell’Eurozona: “Nel 2000, un anno dopo l’introduzione dell’euro, gli Stati Uniti avevano un’economia più grande del 13% rispetto all’Eurozona; nel 2020 era più grande del 26%”. Stiglitz ha poi ribadito sul sito la tesi esposta nel suo ultimo libro, The Euro:

“È un sistema quasi progettato per fallire. Ha tolto i principali meccanismi di aggiustamento dei governi (tassi d’interesse e tassi di cambio); e, piuttosto che creare nuove istituzioni per aiutare i paesi a far fronte alle diverse situazioni, ha imposto nuove restrizioni – spesso basate su teorie economiche e politiche screditate – su deficit, debito e persino politiche strutturali”.

Come ribaltare la soluzione? Secondo l’economista, la soluzione più desiderabile non dovrebbe portare alla rottura dell’euro, bensì a un cambio nella responsabilità politica della Germania come nucleo centrale dell’Eurozona. Per molto tempo, però, sono state invocate più politiche espansive a Berlino, senza che ne sortissero grossi cambiamenti. Per questo Stiglitz afferma: “Non conto più sul fatto che [i tedeschi] cambino rotta”. In modo simile al Portogallo, argomenta l’economista, l’Italia potrebbe mostrare un’alternativa all’austerità:

“[In Italia] il sentimento anti-euro sta arrivando sia da sinistra che da destra. Con il suo partito della Lega di estrema destra ora al potere, Matteo Salvini, leader del partito e politico esperto, potrebbe effettivamente lanciare il tipo di minacce che i neofiti, altrove, avevano paura di implementare. L’Italia è abbastanza grande, con economisti validi e creativi, perché possa gestire una partenza de facto [dall’euro] stabilendo una doppia valuta flessibile che potrebbe aiutare a ripristinare la prosperità. Ciò violerebbe le norme sull’euro, ma la responsabilità di una uscita de jure, con tutte le sue conseguenze, verrebbe scaricata su Bruxelles e Francoforte”, che si troverebbero nella difficile posizione di decretare ufficialmente un’espulsione dell’Italia dall’area valutaria.

“Qualunque sia il risultato, l’Eurozona sarebbe lasciata a brandelli. Ma non è necessario che si arrivi a questo”. Il piano A, resta il cambio della prospettiva tedesca su come riformare l’Eurozona. Anche se finora questa svolta non si è mai verificata.

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Categoria: Analisi Tecnica

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Managing Editor: Alex Zarfati

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La crisi del debito dell’Eurozona, il problema della moneta unica e un processo d’integrazione (forse) fallito

L’Europa arranca di brutto. Ad essere in difficoltà non sono solamente Spagna, Italia e Grecia, ma tutto il Vecchio Continente. Lo spread tra i titoli tedeschi e quelli francesi oggi fa segnare quota 147, ma qualcuno ricorderà che il 17 novembre il differenziale di rendimento schizzò sopra i 200 punti con una facilità inaudita. La Germania, la grande Germania, ha visto andare semideserta l’asta dei Bund di 6 giorni fa, registrando un invenduto del 35%. Ovviamente siamo lontani dalle criticità degli altri Paesi, ma bisogna immediatamente sgombrare il campo da equivoci: la crisi dei debiti sovrani non è affari di pochi. In questa storia c’è dentro anche chi finge di non esserci: pensate alla banche tedesche e a quelle francesi che sono letteralmente piene di titoli di Stato italiani e greci. Il sistema è tutto intrecciato e se cade qualcuno si fanno male proprio tutti, anche oltreoceano.

Cambiano i governi, non la musica

La priorità, dicono, è tranquillizzare i mercati. Già ma come? Spagna, Italia e Grecia hanno cambiato timoniere e, nonostante ciò, non sembra che le cose siano migliorate un granché: l’effetto Monti ha fatto respirare il nostro Paese per un paio di giorni, poi più nulla; l’elezione di Mariano Rajoy ha raddoppiato il costo del debito per la Spagna; anche il nuovo premier greco Lucas Papademos non ha dato un netto cambio di marcia alla nazione, che resta adirata per le durissime misure d’austerità cui sta sottoponendosi. Affidarsi ai tecnocrati non serve a nulla, né tantomeno cambiare versante politico. I problemi sono altri, molto più complessi.

I problemi dell’Europa

I nodi da sciogliere, quelli grossi, riguardano l’Unione europea e la moneta unica. Il vicepresidente della Commissione europea Oli Rehn ha fatto capire che il futuro dell’Euro si deciderà nei prossimi 10 giorni. Ha invocato una governance economica a livello europeo, ha detto che c’è la volontà di rafforzare il Fondo salva Stati. Tutti però devono essere d’accordo, presupposto indispensabile anche per pensare all’emissione di eurobond. Contenuti condivisibili, ma che forse arrivano un po’ tardi. L’errore è forse stato proprio quello di puntare su una moneta unica senza aver investito da subito in una governance solida e condivisa a livello centrale. E per quanto riguarda gli eurobond il no della Germania è sempre tassativo perché, come dicono spesso i commentatori, “l’operaio tedesco non ne vuol sapere di pagare il conto del pescatore greco”. La crisi del debito sovrano ha messo quindi a nudo tutte le fragilità di un sistema europeo costruito (forse) troppo sulle buone intenzioni: non esiste un’integrazione efficace tra gli Stati, non esiste un “tesoro europeo”, non si emettono obbligazioni comunitarie. E a queste condizioni l’Euro non può essere un valido scudo alla crisi. Il guaio è che l’abbiamo capito troppo tardi.

Verso un’Europa a due velocità?

Ma cosa possono fare i Paesi in difficoltà come la Grecia, la Spagna e l’Italia per risollevarsi? La risposta non sembra essere chissà quanto complicata: la presenza nell’area Euro sembra infatti imporre scelte obbligate a tali Paesi, scelte che vanno nella direzione dell’austerity, dato che le Banche centrali dei singoli Paesi non possono né stampare né svalutare l’Euro. Austerità, appunto. Prendiamo ad esempio l’Italia. L’economista Loretta Napoleoni nel suo libro Il contagio ricorda che “le misure poste all’Italia sono la contrazione della spesa pubblica e l’aumento la pressione fiscale. Ma questa politica di austerità porterà alla contrazione delle entrate pubbliche e quindi all’aumento in valori percentuali del debito rispetto al Pil, anche perché gli interessi sul debito rimarranno elevati”. Insomma una politica del genere potrebbe avere effetti molto negativi sulla nostra economia. “L’Europa- continua la Napoleoni- difende a spada tratta l’euro, senza curarsi del fatto che questa politica impoverisce i Paesi mediterranei dell’Unione, portandoli verso il default incontrollato”. Ecco quindi che un’alternativa percorribile potrebbe essere l’uscita dall’Euro o la creazione di una moneta doppia. Per la Napoleoni dovrebbe essere l’Europa ad approvare e guidare l’uscita temporanea dei Piigs dall’Euro e la svalutazione delle monete nazionali per riequilibrare le economie, ancor meglio sarebbe creare un euro a due velocità. E stabilire parametri più realistici (e controlli più efficienti) per il reingresso nel futuro”. Tale proposta, in parole povere, prevederebbe l’uscita dall’Euro, anche solo momentanea, dei Paesi in seria difficoltà; questi ultimi, grazie alla svalutazione della propria valuta, potrebbero evitare effetti catastrofici sulle proprie economie. Un esempio che calza a pennello è quello del Giappone: il Paese nipponico ha un debito pubblico che si aggira attorno al 200% del Pil (il nostro è al 120%) ma non “si trova nella nostra stessa situazione perché può stampare carta moneta e perché ha una banca centrale che gli fa da creditore di ultima spiaggia”. Ora, però, non resta che aspettare il vertice dei capi di Stato e di governo della Ue del 9 dicembre: sarà lì che si deciderà il futuro della moneta unica.

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