Le attività di trading come sono tassate

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Le attività di trading come sono tassate?

Le attività di trading sono oggetto di tassazione e comportano una dichiarazione dei redditi percepiti con la presentazione di un modello fiscale dal nome unico e la compilazione di tutti i dati in una voce specifica, dal nome altri redditi diversi di natura finanziaria. In altri casi è possibile anche l’intervento dei broker per definire gli importi dovuti e procedere agli adempimenti del caso con lo Stato.

Regime sostitutivo e dichiarativo, quali differenze?

Le attività di trading on line sono considerate a tutti gli effetti come delle operazioni di negoziazione di titoli finanziari in borsa e possono essere soggette a due importanti regimi fiscali:

  • Regime sostitutivo
  • Regime dichiarativo

Il regime sostitutivo, prevede l’intervento da parte dello stesso broker per calcolare e pagare le imposte dovute allo stato sulla base del guadagno ottenuto in fase di negoziazione. Il trader non ha quindi adempimenti fiscali da eseguire, ma è lo stesso broker che interviene sugli adempimenti fiscali allo Stato.

Il regime dichiarativo è invece più specifico e prevede un intervento del trader nel dichiarare tutte le plusvalenze ottenute dalle attività di trading on line, con la compilazione del modello unico. In questo caso vanno dichiarati tutti i redditi percepiti dalla suddetta attività nella sezione II- B e rigo RT41, ossia redditi diversi di natura finanziaria.

Tassazione del 26% sui redditi percepiti dalle attività di trading on line

Sulle attività di trading è prevista poi l’applicazione di un’aliquota fiscale del 26% sulle plusvalenze realizzate. Le ultime manovre del Governo hanno infatti modificato l’aliquota fiscale prevista per le suddette operazioni da una precedente aliquota del 20% ad una nuova del 26%, da applicare solo in caso di plusvalenza. Vale a dire che per l’anno 2020, il trader dovrà sommare tutte le vendite e gli acquisti che hanno contribuito al guadagno on line dal primo gennaio al 31 dicembre 2020 e le relative perdite registrate ( da inserire nel rigo RT45 del modello unico).

I pagamenti delle imposte per le attività di trading on line in caso di plusvalenze dovranno essere eseguiti tramite F24, con l’indicazione dei principali dati del trader (codice fiscale, nome, cognome, somme d’imposta e codice tributo) entro il 16 giugno 2020.

Riquadro RT o RW del modello unico, sulla base della provenienza dei flussi di denaro

Bisogna infine distinguere se i flussi di denaro provenienti dalle operazioni di trading sono eseguiti mediante intermediari italiani o esteri. Nel primo caso, si fa riferimento ad intermediari registrati presso la Consob e con relativa abilitazione della Banca d’Italia e che richiedono la compilazione del già citato riquadro RT del modello Unico. Nel secondo caso, invece, bisognerà utilizzare un riquadro più specifico dal nome RW, con l’indicazione dei flussi monetari con gli operatori stranieri e una descrizione dei singoli movimenti, se relativi ad importi superiori ai 10.000 euro annui.

In definitiva sul fronte delle tasse sulle attività di trading on line è necessario informarsi su:

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  • Possibilità del proprio broker di applicare il regime sostitutivo
  • Obbligo del trader di applicare il regime dichiarativo
  • Conoscere le sezioni da compilare nel modello Unico
  • Eseguire i pagamenti dovuti in caso di plusvalenza con il modello F24 entro il 16 giugno 2020

Trading Online Tasse

Uno degli argomenti più trascurati, per ovvie ragioni, da chi fa trading online è quello relativo alla tassazione del settore. Se da una parte non si vede l’ora di iniziare per vedere i profitti che si riescono ad incamerare, nessuno si preoccupa mai di controllare come, quando e dove bisogna pagare le tasse allo stato.

Questo d’altronde è un “problema” che tutti vorrebbero avere, perché se devi pagare le tasse vuol dire che fai reddito, quindi è comunque una buona notizia.

Forse solo in pochi si interessano al tema, per il semplice fatto che spesso non si è al corrente di quello che comporta fare trading online e dei rendimenti che si possono realizzare.

Proprio per questo capita spesso che i nuovi traders si trovino impreparati quando vedono il loro capitale crescere. Spesso vanno nel panico perché si tratta di guadagni non dichiarati. Molti non sanno come regolarsi per pagare le tasse sui proventi del trading e corrono così il rischio di multe salate da parte delle autorità.

Fare trading online può davvero sorprendere per le entrate che si possono realizzare, a prescindere dagli strumenti finanziari che si sceglie di utilizzare.

Purtroppo non tutto quello che si riesce a guadagnare grazie alla propria abilità di negoziazione può restare in cassa. Non non si può davvero tenere tutto per sé altrimenti, come tutti gli altri rientreresti subito in una famigerata categoria: quella dell’evasore fiscale!

ATTENZIONE: per evitare problemi col fisco risultando evasori la soluzione migliore è quella di affidarsi solo a broker di trading online già organizzati per aiutare i propri utenti a pagare le tasse.

In questa tabella abbiamo riportato solo intermediari professionali e legali pronti a fornire ai loro traders tutte le indicazioni per pagare i tributi una volta accumulati sul conto di trading e spostati sul proprio conto bancario.

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Trading online: tasse convenienti

Ogni attività che contempla l’acquisizione di redditi e che porta a plusvalenze è soggetta a tassazione. Il trading online in tal senso non fa eccezione, si tratta, tra l’altro, di una delle attività che porta i maggiori introiti in assoluto, specie se si fanno paragoni con gli altri business che si possono trovare online al giorno d’oggi.

Comunque, non c’è da preoccuparsi, qui sei nel posto giusto. Ti parliamo di tutto ciò che riguarda la tassazione del trading online in modo chiaro e preciso in modo tale che tu non possa mai trovarti in difetto nei confronti del fisco italiano.

La fortuna è che le tasse nel trading online sono soggette ad un regime leggermente diverso e più vantaggioso rispetto a quello che accade per altre attività.

Nell’elenco seguente cerchiamo di capire come questo accade e quali sono gli aspetti positivi che puoi sfruttare diventando un professionista nel mondo del trading online:

  • Chi fa trading online non paga tasse alte come quelle di chi svolge altre attività, infatti la pressione fiscale su questo business è nettamente inferiore;
  • Chi pratica il trading online non è soggetto al pagamento di commissioni o tassazione fissa da pagare a scadenze ben precise e prestabilite;
  • Gli operatori finanziari devono pagare le tasse soltanto se hanno fatto realmente dei profitti altrimenti non c’è nulla da pagare;
  • Se fai trading online inoltre non ci sono lungaggini ed obblighi burocratici di alcun tipo, come ad esempio non devi dotarti di una partita IVA e non devi versare i contributi INPS e molto altro ancora.

Insomma da questi 4 punti che abbiamo colto appare subito evidente come fare trading online possa addirittura suscitare invidia per chi è costretto a pagare normalmente le tasse.

I traders possono essere visti quasi come dei privilegiati specie in tempi di crisi molto forte dove pagare le tasse è diventato un enorme problema per tutti. Ma ora scendiamo nei dettagli e cerchiamo di vedere più da vicino come funziona la tassazione del trading online.

Come si calcolano le imposte nel trading ?

Ribadiamo subito il concetto che solo se fai redditi legati all’attività di investimento sui mercati finanziari devi pagare una certa cifra di tasse. Soltanto se arrivi concretamente a guadagnare qualcosa, ossia se ricevi una “plusvalenza” dalla tua attività di investimento, poi verrai tassato.

Se ad esempio nell’anno solare fai un versamento sul tuo conto di 100 € e riesci, con le tue operazioni, a portare il totale sul tuo conto a 2000 € ciò significa che hai realizzato una plusvalenza del valore di 1900 €.

Questo è un guadagno reale e tangibile che hai ottenuto facendo trading, e sarà proprio su questa cifra che poi verrà calcolata l’aliquota per il pagamento delle imposte.

Ovviamente bisogna tenere presente che i 100 € versati inizialmente non erano profitto ma denaro depositato sul conto di un broker di tasca tua come capitale di investimento. Se invece di fare profitti, come può capitare, si registrano soltanto perdite non si deve pagare assolutamente nulla.

Quando si fanno perdite, tecnicamente si dice che si è verificata una minusvalenza. È bene tenere conto anche delle “minusvalenze” perché questo potrebbe rivelarsi un ulteriore grande vantaggio come stai per scoprire.

Quali operazioni di trading si conteggiano?

Per spiegare meglio il concetto vogliamo parlare del mercato forex Forex, disponibile su tutte le principali piattaforme di trading online come quella di eToro (visita il sito ufficiale a questo indirizzo).

Il Forex è una tipologia di mercato e di investimenti che può portare all’apertura di posizioni di trading di lunga durata. Gli eseguiti possono restare aperti per lunghi periodi di tempo, a volte addirittura anni.

Procediamo ora con un esempio realistico per capire meglio quali posizioni alla fine bisognerà conteggiare per procedere al pagamento delle tasse.

A conti fatti, all’interno della tua dichiarazione dei redditi annuale devono rientrare soltanto le operazioni che sono state chiuse nell’arco dell’anno.

Ovvero se viene aperta una posizione il 4 marzo e poi la chiudi il 10 maggio perché è ora di riscuotere i profitti che hai accumulato in quei mesi dello stesso anno, tale operazione va conteggiata.

Ma se si apre una posizione il 15 dicembre ed essa viene chiusa il 5 febbraio dell’anno successivo essa non deve essere messa in conto per la dichiarazione dei redditi dell’anno precedente, ma varrà per l’anno successivo.

Prima di continuare vorremmo mostrarti questa prova gratuita con Investous – di che cosa si tratta?

Questo innovativo broker mette a disposizione una prova gratuita di segnali trading via SMS.

Cosa fare con le minusvalenze del trading online ?

Se fai trading online nella tua dichiarazione dei redditi devi sempre e comunque farne menzione sia che tu chiuda l’anno con una minusvalenza, e quindi in perdita, sia con una plusvalenza.

Questo fatto è molto importante, vediamo perché. Quando viene dichiarata una minusvalenza nell’anno precedente (ovvero se il bilancio totale delle operazioni effettuate è in negativo) questa può essere sottratta dalle eventuali plusvalenze realizzate successivamente, andando così ad abbattere l’imponibile in tasse.

Facciamo un esempio. Nell’anno 2020 hai chiuso tutte le tue operazioni e il conteggio è in perdita di 100 €, nel 2020 hai chiuso l’annata con una plusvalenza di 200€, ora al momento della dichiarazione dei redditi le tasse le pagherai sui 200 €, meno i 100 € di minusvalenza realizzati l’anno precedente.

Nota importante sui brokers da usare

Fai trading solo su broker regolamentati in Europa come IQ Option – ogni anno ti forniscono una dettagliata rendicontazione di tutte le operazioni che hai effettuato nell’anno cosicchè tu abbia già tutto ciò che ti occorre da presentare in sede di dichiarazione dei redditi.

Tra gli altri broker consigliati abbiamo:

Dopo aver chiarito quali sono le piattaforme che permettono di lavorare nel trading in modo regolamentato e sicuro anche dal punto di vista fiscale, orniamo a parlare di eventuali minusvalenze maturate nell’anno precedente e di come esse possano gravare sulla dichiarazione di eventuale plusvalenza nell’anno dopo.

Si tratta di un espediente davvero importante di cui tenere conto perché ti permette di risparmiare molto denaro, soprattutto se purtroppo le cose non sono andate per il meglio nell’anno precedente.

Va da sé che un simile provvedimento è fondamentale per un principiante. È possibile diminuire di molto il totale da pagare con le minusvalenze sostenute in anni precedenti fino ad un massimo di 4 anni.

Ciò significa che se il totale delle minusvalenze negli ultimi 4 anni è stato di 500 € e la plusvalenza dell’anno in corso è stata di 500 € il totale da versare come tasse sarà di zero euro.

Certo noi non ti auguriamo che si verifichi una situazione simile, ma intanto ricordati che la legge è questa. Meglio essere preparati anche ad ogni evenienza. Infine, ti ricordiamo che attualmente l’aliquota in vigore è del 26 % altro aspetto vantaggioso per chi fa trading online!

Bene, andiamo avanti….

Nel tempo lo stato è andato aumentando questa quota che in passato era ancora più bassa e vantaggiosa ed ammontava soltanto al 12 e mezzo per cento. Quindi a conti fatti se la tua plusvalenza nel corso dell’anno è stata, per esempio, di 100 € tu devi pagare 26 € di tasse e non un centesimo di più.

Ovviamente bisogna ricordarsi di andare a sottrarre le minusvalenze degli anni precedenti se ti sono capitate.

Come si pagano le tasse nel trading online ?

Per procedere poi con il pagamento delle tasse da un punto di vista pratico esistono due modalità:

Ogni trader deve affidarsi ad un broker affidabile per fare trading online e sarà il broker a fornire al trader una piattaforma per fare investimenti.

Tra le molte iniziative che i broker intraprendono in favore dei loro clienti c’è anche la possibilità di fare trading in regime amministrativo. Ciò significa che in questo caso è il broker stesso a preoccuparsi della tua situazione fiscale.

In questo caso svolge il ruolo cosiddetto di “sostituto d’imposta”.Quindi autorizzato a versare direttamente i soldi nelle casse dello stato scaricando di ogni responsabilità il cliente.

L’altro caso è invece quello classico del regime dichiarativo dove il broker non assume il ruolo di sostituto d’imposta ed il dovere di pagare le tasse è demandato direttamente al trader.

Broker di trading organizzati per le tasse

Ricordiamo che in Italia i migliori broker di trading online hanno scelto di comune accordo di non agire da sostituti d’imposta. Ciò significa che i grandi broker legali e autorizzati nel nostro Paese non fanno la dichiarazione al posto dei loro traders.

Tuttavia, ciò non significa che non siano organizzati per aiutare i loro clienti a pagare le tasse. I migliori broker come Investous o IQ Option preparano un report annuale che comprende tutte le operazioni effettuate dal trader e tutti i risultati ottenuti.

Ti basta portare questo documento al tuo consulente commercialista ed è fatta, egli saprà già cosa fare.

Basandosi sul report fornito dal broker, quando si fa la dichiarazione dei redditi vengono riportati tutti i dati necessari. In base ad essi viene calcolata l’aliquota del 26 % che stabilisce quanto bisogna versare.

Per fare la dichiarazione devi avvalerti dei classici documenti come il Modello Unico oppure il 730.

Nel caso in cui tu non ti senza abbastanza bravo con queste faccende ti basta contattare il un commercialista. Sarà lui a darti tutte le indicazioni e le dritte del caso, non è necessario che egli sia esperto in materia di trading.

Conclusioni sulle Tasse nel Trading

Nella nostra guida abbiamo affrontato il tema delle tasse nel trading. Abbiamo visto come pagarle sia conveniente e non rappresenti un problema grazie al supporto del giusto broker di trading online.

Se hai altri dubbi relativi alla tassazione nel campo del trading, contattaci! Saremo lieti di aiutarti ulteriormente e risolvere ogni tuo dubbio e curiosità. Gli esperti di GuidaTradingOnline.net sono sempre a tua disposizione:

Facebook: Pagina Ufficiale Guidatradingonline.net

Ricorda: fare trading in modo sicuro non deve essere un lusso ma una tua assoluta priorità !

Tutta la Fiscalitа e le Imposte da Pagare sul Trading Online e sul Forex

Il trading è un’attività bellissima, è automatica ed è anche molto remunerativa. Come tutte le attività, presenta una certa fiscalità, e quindi una determinata tassazione.

Tuttavia, se paragonata ad altre attività bisogna dire che il trading:

  • È tassato meno, per cui la cosiddetta pressione fiscale è minore;
  • Non ha tasse o imposte fisse (a meno che non si sia titolari di un conto trading con un broker residente all’estero);
  • Le tasse si pagano solo se si guadagna;
  • Gli adempimenti burocratici e fiscali sono notevolmente inferiori: non bisogna aprire la Partita IVA, non bisogna versare i contributi all’INPS e neanche il premio all’INAIL, non bisogna iscriversi alla Camera di Commercio locale nè ad un Albo e così via. In pratica non abbiamo alcun adempimento se non quello di pagare le imposte nel caso in cui guadagnamo.

Ecco quindi un motivo in più per fare del trading una delle proprie attività: la fiscalità e gli adempimenti burocratici sono notevolmente vantaggiosi. Vediamo quindi la fiscalità completa del trading online e del Forex e le relative tasse e imposte da pagare.

Su cosa vengo tassato?

Tassazione sul Trading Online:

Se il 1 Gennaio ho 1.000 euro nel mio conto di trading e il 31 Dicembre sono a 5.000 euro, ecco che ho guadagnato 4.000 euro: su questo guadagno dovrò pagarci le tasse. Tecnicamente, questo guadagno di 4.000 euro viene definito plusvalenza.

Se invece il 1 Gennaio parto con 1.000 euro e il 31 Dicembre sono a 500 euro, questo significa che durante l’anno ho perso 500 euro, dunque non ho guadagnato nulla, e quindi non dovrò pagare tasse. Tecnicamente, questa perdita di 500 euro viene definita minusvalenza, ed è anch’essa molto importante, dopo vedremo il perchè.

Tassazione sul Forex:

Per quanto riguarda in particolare il Forex, fino a qualche tempo fa c’era un pò di confusione relativamente alla sua tassazione. C’erano infatti alcuni punti da chiarire, come ad esempio il fatto di inquadrare in maniera precisa che tipo di reddito fosse il reddito derivante dal Forex, e sembrava anche che la tassazione delle plusvalenze generate nel Forex scattasse solamente nel momento in cui si avessero nel conto più di 51.645,69 € per almeno 7 giorni lavorativi continui nel periodo d’imposta.

Recentemente l’Agenzia delle Entrate ha fatto finalmente chiarezza su tutti questi argomenti, con la Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2020 (la quale annulla quanto espresso sempre dalla stessa Agenzia con la Risoluzione n. 67/E del 6 Luglio 2020). In particolare nella Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2020 l’Agenzia delle Entrate relativamente al Forex afferma che:

“Pertanto, si ritiene che i contratti in esame debbano essere ricondotti tra i rapporti di cui all’articolo 67, comma 1, lettera c-quater), del TUIR, i cui redditi, se percepiti da parte di un soggetto persona fisica, non esercente attività d’impresa, sono soggetti ad imposta sostitutiva a norma dell’articolo 5 del decreto legislativo 21 novembre 1997, n. 461.

Dunque, in estrema sintesi, il Trading e il Forex sono soggetti a tassazione nel momento in cui si verifica una plusvalenza. In pratica a livello fiscale sono la stessa cosa, e di conseguenza se facciamo Forex pagheremo le stesse tasse che paghiamo sul Trading in azioni, nelle materie prime etc.

Vediamo quindi come si fa a capire se durante l’anno di imposta abbiamo prodotto una plusvalenza oppure una minusvalenza. Per farlo, dobbiamo sapere esattamente come si calcola l’imponibile, ovvero l’importo da tassare.

Come calcolo l’imponibile?

È sempre con la Risoluzione n. 102/E del 25 Ottobre 2020 che l’Agenzia delle Entrate chiarisce come calcolare l’imponibile, affermando che:

“Ai sensi dell’articolo 68, comma 8, del TUIR, i suddetti redditi sono costituiti dal risultato che si ottiene facendo la somma algebrica dei differenziali positivi o negativi nonché degli altri proventi od oneri, percepiti o sostenuti, in relazione a ciascuno dei rapporti.”

1) Considerare solo le posizioni chiuse durante l’anno di imposta

Dunque, per calcolare l’imponibile nel Forex e più in generale nel Trading, innanzitutto bisogna considerare solamente le posizioni chiuse durante l’anno di imposta, indipendentemente dal risultato ottenuto (guadagno o perdita). Ad esempio se apro due posizioni il 3 Marzo 2020 e una la chiudo il 10 Ottobre 2020 e l’altra il 12 Gennaio 2020, per l’anno di imposta 2020 considererò solamente l’operazione chiusa il 10 Ottobre 2020, proprio perchè ai fini della tassazione conta quando l’operazione è stata chiusa.

2) Considerare anche gli interessi

In secondo luogo, oltre alle plusvalenze e alle minusvalenze, per la base imponibile considererò anche gli interessi percepiti (o versati). Ad esempio se in un anno ho chiuso un’operazione guadagnando 1.000 euro, ne ho chiuso un’altra perdendo 500 euro, ho percepito 10 euro di interessi attivi, e ho versato 3 euro di interessi passivi, ecco che il mio imponibile sarà: 1.000 – 500 10 – 3 = 507 euro.

3) Considerare le minusvalenze degli anni precedenti fino a 4 anni

In terzo luogo, ai sensi dell’articolo 68, comma 5, del TUIR, se siamo in plusvalenza, è possibile abbattere l’imponibile con le minusvalenze sostenute negli anni precedenti, fino ad un massimo di 4 anni. Questo significa che se nel 2020 ho ottenuto una minusvalenza, posso utilizzarla per abbattere le plusvalenze che realizzerò fino al 31-12-2020. Poniamo quindi il caso che nel 2020 ho ottenuto una minusvalenza di 5.000 euro e nel 2020 una plusvalenza di 1.000 euro. Nel 2020 (quando faccio la dichiarazione dei redditi 2020) posso utilizzare 1.000 euro di minusvalenza del 2020 (ovvero la quantità necessaria per portare a 0 euro l’imponibile) per abbattere i 1.000 euro di plusvalenza del 2020, per cui non pagherò neanche un centesimo di tasse, perchè i 1.000 euro di minusvalenza del 2020 sono stati sottratti dai 1.000 euro di plusvalenza del 2020 portando quindi il mio imponibile a 0 euro. Mi resteranno inoltre 4.000 euro di minusvalenza che potrò utilizzare per abbattere le plusvalenze che realizzerò fino al 31-12-2020.

Ora che sappiamo che cosa viene tassato e come si calcola l’imponibile, vediamo a quanto ammontano le imposte da pagare sulla plusvalenza realizzata.

Quanto vengo tassato?

Dal 1° Luglio 2020 l’aliquota di tassazione è pari al 26% (prima era il 20% e prima ancora il 12,50%). Questa aliquota è fissa, dunque non esistono gli scaglioni come nel caso dell’IRPEF. Questo significa che se ho realizzato una plusvalenza di 2.000 euro pagherò 520 euro di imposta, mentre se la plusvalenza è 100.000 euro pagherò 26.000 euro, ovvero sempre il 26% indipendentemente dall’imponibile. Tutto ciò ci conduce direttamente al punto successivo, ovvero come pago questa imposta?

Come vengo tassato?

L’imposta sostitutiva del 26% può essere pagata in due modi: o attraverso il regime amministrato oppure attraverso il regime dichiarativo.

Il Regime Amministrato

Nel regime amministrato è il broker che si occupa della nostra posizione fiscale relativamente al trading. Ciò significa che è il broker che si occupa di calcolare e liquidare le relative imposte e questo viene fatto dopo che chiudiamo una posizione. Ad esempio apriamo una posizione di trading e la chiudiamo incassando un guadagno di 200 euro in tutto: su questi 200 euro di guadagno il broker ci preleva dal conto 52 euro (ovvero il 26% di 200 euro), quindi nel regime amministrato è il broker che calcola e liquida le imposte.

Il Regime Dichiarativo

Nel regime dichiarativo invece siamo noi ad occuparci della nostra posizione fiscale, ciò significa che spetta a noi calcolare e liquidare le relative imposte. Ogni broker infatti ad inizio anno invia al titolare del conto trading un documento ufficiale che riepiloga l’importo finale di tutte le posizioni chiuse durante l’anno precedente. Questo documento in pratica ci dice se durante l’anno precedente abbiamo prodotto una plusvalenza o una minusvalenza. Quindi anche se abbiamo scelto il regime dichiarativo è il broker che si occupa di calcolare le plusvalenze o le minusvalenze, ma siamo noi a dover calcolare la relativa imposta e a doverla liquidare. Quindi in pratica se nel documento che ci invia il broker c’è scritto che durante l’anno precedente abbiamo realizzato una plusvalenza di 3.000 euro, dovremo calcolare l’imposta dovuta e quindi versarla, oltrechè naturalmente dichiarare questi 3.000 euro di plusvalenza nella dichiarazione dei redditi.

Qual è il regime fiscale più conveniente, quello amministrato oppure quello dichiarativo? Apparentemente può sembrare più conveniente optare per il regime amministrato, in quanto deleghiamo la fiscalità del trading, semplificandoci la vita. In realtà, il regime fiscale più conveniente è quello dichiarativo, in quanto con questo regime dovremo pagare le imposte dopo un anno, e quindi avremo la possibilità di reinvestire più capitale, aumentando in questo modo i nostri profitti. Ad esempio apro una posizione il 2 febbraio e la chiudo il 26 febbraio, guadagnando 500 euro. Se ho scelto il regime dichiarativo, incasserò 500 euro e potrò reinvestire tutti questi 500 euro nelle operazioni successive. Se invece ho scelto il regime amministrato, incasserò 500 euro di guadagni, mi verranno prelevati 130 euro (il 26% di 500 euro) e quindi rimarrò con soli 370 euro da reinvestire. Questo nel corso dei mesi e nel corso degli anni crea uno squilibrio molto elevato tra due trader che operano in regimi fiscali diversi, infatti chi opera in regime dichiarativo a parità di tutto guadagnerà molto di più di chi opera in regime amministrato, proprio perchè potrà reinvestire più capitale.

Come se non bastasse, se dopo l’operazione chiusa in guadagno si verificassero delle perdite, il trader con il regime dichiarativo potrebbe utilizzare questa minusvalenza per abbattere la precedente plusvalenza, mentre il trader con il regime amministrato non potrebbe farlo visto che l’imposta relativa alla plusvalenza precedente è stata già pagata.

Altre tasse e imposte: la Tobin Tax, l’Imposta di Bollo e l’IVAFE

Esistono altre tasse e imposte per chi fa trading, ovvero la Tobin Tax, che colpisce alcune transazioni finanziarie, e l’Imposta di Bollo, che colpisce il conto. Sono entrambe definibili marginali sia perchè è il broker che pensa alla loro liquidazione e sia perchè impattano davvero poco sia in termini assoluti e sia in termini relativi.

La fiscalità finora descritta è la situazione standard per chi ha un conto trading con un broker italiano. Nel caso in cui un trader avesse un conto trading con un broker residente all’estero, come accennato prima è soggetto ad un’ulteriore tassa: l’IVAFE, ovvero l’imposta sul valore delle attività finanziarie detenute all’estero. L’IVAFE colpisce il denaro detenuto durante l’anno e non il denaro che abbiamo al termine dell’anno. In pratica l’IVAFE è una patrimoniale in quanto colpisce il denaro nel conto trading, e quindi va pagata sia che durante l’anno abbiamo generato una plusvalenza e sia che durante l’anno abbiamo subito una minusvalenza. Anche se non facciamo neanche una operazione di trading durante l’anno, bisogna pagare comunque l’IVAFE.

L’aliquota dell’IVAFE è stata stabilita al 2 per mille, quindi se ho 10.000 euro di giacenza nel conto trading pagherò 20 euro. Il versamento minimo dell’IVAFE è 12 euro, il che significa 6.000 euro di giacenza nel conto trading: dunque sotto i 6.000 euro di giacenza l’IVAFE non è dovuta. Le informazioni relative all’IVAFE e gli obblighi dichiarativi relativi al monitoraggio del conto estero devono essere assolti mediante la compilazione del quadro RW della dichiarazione dei redditi indicando gli importi in euro. Nel caso in cui si sia titolari di un conto trading in valuta estera, l’importo deve essere convertito utilizzando un apposito cambio pubblicato ogni anno dall’Agenzia delle Entrate.

Relativamente all’IVAFE c’è ancora molta confusione circa il fatto se è dovuta oppure no da quei trader titolari di un conto con un broker estero ma iscritto alla CONSOB all’elenco delle imprese di investimento comunitarie con succursale, che poi è la situazione in cui si ritrova la maggior parte dei trader italiani. Neanche l’Agenzia delle Entrate si è ancora pronunciata a riguardo. A noi di Borsa e Immobili piace fare chiarezza e anticipare i tempi, ecco perchè abbiamo consultato i principali esperti fiscali italiani del settore, esponendo loro questa situazione: il loro parere è stato che in questa situazione l’IVAFE non è dovuta.

Conclusione

In conclusione possiamo dire che la fiscalità, pur essendo un argomento fastidioso, va conosciuta. Infatti è bene per il trader avere ben chiaro il quadro complessivo dell’imposizione e della tassazione del trading e del Forex, in questo modo il trader potrà ottimizzare le proprie operazioni e quindi il profitto finale, guadagnando di più.

Quello che infine posso consigliarti, oltre al fatto come già detto di operare in regime dichiarativo, è di delegare la fiscalità del trading ad un commercialista, meglio ancora se specializzato. Il costo della sua parcella è irrisorio rispetto ai benefici che può procurarti, e questo vale naturalmente anche per altri tipi di business, non solo per il trading.

Ricordati comunque che in ogni caso la fiscalità non va sottovalutata, perchè bisogna sempre operare in maniera legale. Questo è un pilastro di qualsiasi business in quanto, oltre ad essere prima di tutto un nostro dovere etico, morale e civile, non adempiere agli obblighi di legge alla lunga è controproducente: meglio pagare un uovo oggi che una gallina domani.

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